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| Scritto da Michele Giorgio, Gerusalemme |
| Mercoledì 17 Giugno 2009 06:37 |
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il Manifesto, 16 giugno 2009, II pagina
RAMALLAH
Parla Saeb Erekat, capo negoziatore di Abu Mazen: noi abbiamo già riconosciuto Israele, mentre nel discorso di domenica il suo premier ha detto di no a Obama e alla Road Map. Vuole solo la continuazione dell'occupazione e del conflitto
L'Autorità palestinese (Anp) alza la voce e denuncia come un «inganno» ai danni della comunità internazionale e un «siluro» contro il processo di pace, l'apparente accettazione da parte del premier israeliano Benjamin Netanyahu di uno Stato palestinese smilitarizzato e privo di reale sovranità. Alcuni dei principali esponenti dell'Anp si dicono certi che Stati Uniti e Unione Europea non si lasceranno convincere dalle «proposte mediatiche» illustrate domenica sera dal premier israeliano. Eppure dietro questa fiducia di facciata nei confronti delle posizioni della comunità internazionale, in particolare dalla Casa Bianca, tra gli uomini del presidente Abu Mazen è scattato l'allarme rosso, ed è diffuso il timore che Bruxelles e Washington possano adottare una posizione più morbida verso Netanyahu, specie sulla questione del blocco della colonizzazione israeliana della Cisgiordania. Il quotidiano al Quds al Arabi di Londra ieri ha scritto che Netanyahu ha passato «la palla nel campo arabo-palestinese». Abu Mazen, in sostanza, potrebbe finire sotto pressione di Stati Uniti ed Europa, spinto ad accettare la ripresa senza precondizioni del negoziato invocata ieri dal premier israeliano e a rinunciare al blocco della colonizzazione. Tra i più sdegnati per l'approvazione al discorso di Netanyahu giunta da non pochi esponenti dell'Ue, c'è il caponegoziatore dell'Anp Saeb Erekat.
Il premier israeliano Netanyahu ha descritto uno Stato palestinese con sovranità molto limitata, eppure Stati Uniti e Unione Europea si sono affrettati ad applaudirlo. Come lo spiega?
Non me lo spiego, anzi trovo del tutto illogico questo entusiasmo degli europei e degli americani. Forse che non hanno ascoltato le parole di Netanyahu? È stato vago su tutto, ha detto di no al blocco della colonizzazione, ha ribadito di fatto il suo no alla soluzione dei «due Stati» perché lo Stato palestinese che ha in mente in realtà è un protettorato. Ha detto di no alla Road Map, al piano di Annapolis, al discorso pronunciato (il 4 giugno al Cairo) dal presidente Barack Obama. Ha detto no a tutto, bastava sentire il suo discorso, e neppure con troppa attenzione, per capire che il disegno strategico di Netanyahu non vuole favorire la pace, ma la continuazione dell'occupazione e del conflitto israelo-palestinese. Se gli europei e gli americani preferiscono non vedere, far finta di non capire quello che dice Netanyahu, farsi prendere in giro, è un loro problema perché noi palestinesi diciamo no a questo colossale inganno.
I media di mezzo mondo non parlano d'altro che della svolta di Netanyahu che finalmente ha accettato l'indipendenza palestinese. Indipendenza palestinese? Ma di quale indipendenza parlano? Netanyahu è stato chiarissimo: quando i palestinesi accetteranno di non avere alcuna sovranità su Gerusalemme, quando rinunceranno al controllo su confini e spazio aereo, quando riconosceranno Israele come Stato degli ebrei dimenticando che nel paese vivono un milione e mezzo di arabi, quando accetteranno l'autorità di fatto di Israele sul loro territorio, allora potranno issare la bandiera, cantare l'inno nazionale e chiamare i loro villaggi Stato di Palestina. Tutto ciò è assurdo oltre che inaccettabile. Ripeto, sono molto sorpreso dal livello di approvazione che il discorso di Netanyahu ha ricevuto in Occidente.
A questo punto è possibile che Ue e Stati Uniti cerchino di convincere Abu Mazen a tornare al tavolo delle trattative, rinunciando ad ogni precondizione, e riconosca Israele quale patria del popolo ebraico. Come reagireste a eventuali pressioni di questo tipo?
Noi abbiamo capito bene il significato del discorso di Netanyahu e non cederemo di fronte a chi offre il nulla e inganna la comunità internazionale. Riguardo alla questione del riconoscimento di Israele quale Stato ebraico, il presidente Abu Mazen qualche settimana fa è stato categorico. Noi palestinesi abbiamo già riconosciuto lo Stato di Israele e continueremo a riconoscerlo nei termini che conosciamo. Non ci interessa come si vede e si autodefinisce Israele, ufficialmente siamo impegnati in un processo con lo Stato di Israele e andremo avanti così. Quando si va all'ambasciata israeliana di Roma sulla targa all'ingresso c'è forse scritto: Stato del popolo ebraico? No, c'è scritto ambasciata di Israele e noi a quello Stato continueremo a fare riferimento. |
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Le stesse notizie sulla concezione di "indipendenza" della Palestina che ha Netanyahu si trovano qui:
Netanyahu's offering last night was self-righteous, defensive, and generally lacking in nuance or empathy. In his portrayal of Middle East history, Israelis are blameless victims and Arabs are nothing but untrustworthy and vengeful adversaries. There was no mention of the Arab League peace initiative and no hint that maybe, just maybe, Israel’s policies of reprisal, targeted assassinations, and territorial expansion after 1967 had also contributed to this tragic conflict. (...)
Netanyahu uttered the phrase "Palestinian state" exactly once in his remarks, preceded by the modifier "demilitarized." He gave no indication what borders he imagines for this state and did not even say that the West Bank portion should be contiguous, although he made it clear that Jerusalem would "remain the united capital of Israel". Moreover, his vision of a two-state solution -- "each with its flag, anthem and government" -- suggests that he thinks the Palestinians will accept some sort of limited self-government arrangement so long as they get to fly their own flag and sing a national song.
Furthermore, after appealing to the Palestinians to "begin peace negotiations immediately without preconditions," he proceeded to lay out a set of preconditions that he knew would be unacceptable if not insulting. In addition to the relatively new condition (i.e., something Ben Gurion or Rabin never demanded) that the Palestinians accept not only recognize Israel’s existence (something the PLO already did back in 1988), but also recognize it as "the state of the Jewish people." Moreover, after saying that neither side should "threaten its neighbor’s security and existence," he insisted that the Palestinians agree to permanent state of abject vulnerability. Specifically, once the Palestinians agree to have no army, no control of their air space, and to forever forswear military treaties -- then Israel "will agree to a real peace agreement."
continua: http://rete-eco.it/it/approfondimenti/politiche-israeliane/7138-the-obama-netanyahu-qdebateq.html
| Scritto da John Dugard |
| Sabato 13 Giugno 2009 09:39 |
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Riportiamo la traduzione di gran parte della trascrizione di una conferenza di John Dugard per The Jerusalem Fund il 26 marzo scorso; sul sito, ne esiste anche il video.
Abbiamo omesso alcuni paragrafi iniziali introduttivi, che si riferivano al viaggio di Dugard a Gaza e di cui uscirà un report ancora non completo. Temi della conferenza erano l'occupazione, il colonialismo e l'apartheid. È un testo molto importante, complementare alla monumentale ricerca sullo stesso argomento del team di Virginia Tilley, anche lei sudafricana. Entrambi affermano in modo inequivocabile che Israele applica nei Territori Occupati un regime di apartheid più feroce di quello praticato dal Sud Africa .
http://www.thejerusalemfund.org/ht/display/ContentDetails/i/5240/pid/897
Parlerò di occupazione e apartheid. Lasciatemi iniziare dall'occupazione. Il territorio palestinese è chiaramente occupato. A proposito della Cisgiordania, su questo non c'è discussione, per quanto riguarda la comunità internazionale. Israele ha sostenuto che Gaza ha cessato di essere territorio occupato sin dal 2005 – da quando, cioè, ha ritirato coloni e forze militari dalla Striscia; ma è una tesi che il Comitato Internazionale della Croce Rossa e, credo, tutta la comunità internazionale, con la possibile eccezione degli Stati Uniti, rifiuta. Si ritiene che Gaza sia nei fatti occupata da Israele, perché questo ne controlla i confini, lo spazio marittimo e aereo, e vi compie abbastanza regolarmente incursioni militari. Penso che la posizione degli Stati Uniti, definita da Condoleeza Rice, ex Segretario di Stato, fosse quella di considerare la Striscia come un'entità abbastanza ostile. Non si capisce cosa significhi. Ma si spera che l'amministrazione Obama metta in chiaro che considera Gaza e la Cisgiordania come territori occupati.
L'occupazione militare è un regime tollerato dal diritto internazionale. Non è approvata. La Quarta Convenzione di Ginevra, che regola la condotta del potere occupante, stabilisce che lo stato che occupa ha l'obbligo di prendersi cura dell'assistenza alla popolazione occupata e, in particolare, di assicurare che le strutture sanitarie ed educative siano rispettate e promosse. Ma naturalmente, tutti sappiamo che Israele per l'appunto ignora tale obbligo, dato che la comunità dei donatori internazionali è in larga parte responsabile dell'assistenza al popolo palestinese. È abbastanza chiaro che il diritto internazionale non contempla un lungo periodo di occupazione, un'occupazione prolungata, che in questo caso si protrae da più di 40 anni. Il governo israeliano tende a considerare che, quanto più questa si protrae, tanto minori sono gli obblighi. Penso però che l'opinione generalmente accettata sia che valga esattamente l'opposto.
Così Israele occupa. Ma negli ultimi 40 anni abbiamo visto aggiungersi due altri elementi: il colonialismo e l'apartheid. E questo tende a rendere più gravi le condizioni nei territori palestinesi. Non credo che ci sia da discutere sul colonialismo in Palestina, ed in particolare in Cisgiordania, da quando i coloni si sono ritirati da Gaza, nel 2005. In Cisgiordania i coloni ebrei sono quasi mezzo milione. Il loro numero è in aumento, benché una successione di governi israeliani abbia promesso di fermare le colonie. È interessante notare che si sta costruendo in circa 88 dei 149 insediamenti cisgiordani. Il tasso di crescita negli insediamenti è del 4,5%; in Israele è pari allo 1,5%. È importante prendere in considerazione non solo gli insediamenti, ma anche il territorio cisgiordano assegnato a scopi militari ed a riserve naturali. Così si può dire che circa il 38% della Cisgiordania è interdetto ai palestinesi. Allora in Cisgiordania c'è una forma di colonialismo, e il colonialismo non è ammesso dal diritto internazionale. È chiaramente illegale. Gli insediamenti non solo costituiscono una forma di colonialismo, ma violano pure la Convenzione di Ginevra. Questo rappresenta pertanto una patente illegalità da parte di Israele.
L'altro elemento introdotto è l'apartheid. Ed è importante sottolineare che l'apartheid è illegale non solo in Sud Africa, ma che è stato dichiarato tale anche nel diritto internazionale. Nel 1973 c'è stato un accordo sull'apartheid, adottato dall'ONU. In breve, sancisce che l'infliggere ad appartenenti ad un gruppo etnico gravi danni fisici o psichici, trattamenti disumani o degradanti, il creare deliberatamente condizioni che impediscano il pieno sviluppo del gruppo stesso e così via, negando i diritti umani e le libertà fondamentali, quando tali atti sono commessi allo scopo di istituire e mantenere il dominio di un gruppo etnico su un altro e di opprimerlo in modo sistematico, [costituiscono un crimine, quello di apartheid]. Abbiamo quindi una definizione, una definizione generale dell'apartheid; è stata ora inserita nello Statuto di Roma della Corte Criminale Internazionale, e il crimine di apartheid è considerato far parte dei crimini contro l'umanità. È abbastanza chiaro, quindi, che, in base alla legge internazionale, è illegale. Naturalmente Israele sostiene che la propria politica non costituisce apartheid, e dichiara che non vi è traccia di discriminazione razziale nella sua prassi o nella sue politiche; sostiene che lo scopo dell'occupazione è semplicemente quello di mantenere la legge e l'ordine in attesa di un accordo di pace, non quello di mantenere il dominio di un gruppo su un altro.
Penso che sia importante sottolineare che sussistono importanti differenze tra il modo di applicare l'apartheid in Sud Africa e le politiche e la prassi nei territori occupati. È chiaro che i sistemi non sono identici. Vi sono però molti aspetti simili. Vorrei solo parlare di quelle che considero le tre caratteristiche dominanti dell'apartheid in Sud Africa, analizzando fino a che punto si applicano al territorio palestinese. Prima di tutto c'era quello denominato “apartheid strutturale”; era la separazione territoriale. Poi c'era descritto, in modo scorretto, come “apartheid minore”; era la discriminazione razziale. E, al terzo punto, vi erano le leggi sulla sicurezza.
Bene, come si caratterizza Israele per quanto riguarda lo “apartheid strutturale”? Vi sono bantustan in Cisgiordania? Penso che la risposta sia 'sì'. Vediamo davvero una frammentazione territoriale del tipo promosso dal governo del Sud Africa, nei termini della politica di bantustanizzazione. Prima di tutto osserviamo che si costituisce una separazione molto netta tra la Cisgiordania e Gaza. Ma nella stessa Cisgiordania troviamo fondamentalmente una separazione fra tre o più territori ed alcune enclave aggiuntive, con un centro, un nord e un sud. Ed è abbastanza chiaro che il governo israeliano avrebbe piacere di considerare l'Autorità Palestinese come una specie di regime fantoccio, in un bantustan. Così, vi sono somiglianze di quel tipo.
Poi si arriva a quello denominato “apartheid minore”: la discriminazione. Vi sono molte prove di tali discriminazioni. Vi sono, naturalmente, strade separate per coloni e per palestinesi. E lasciatemi aggiungere, rapidamente, che in Sud Africa non abbiamo mai avuto strade separate per neri e bianchi. C'è la discriminazione nella Zona di Giunzione, che è l'area tra la Linea Verde e il Muro. I cittadini israeliani vi hanno libero accesso, mentre ai palestinesi occorrono permessi, che sono raramente assegnati.
Vi è poi tutta la questione dei diritti di costruire. Come sapete, in base alla legge israeliana, i palestinesi non possono costruire case a Gerusalemme Est o nell'Area C - che comprende la maggior parte della Cisgiordania – senza permessi. E le licenze, nella maggioranza, nella stragrande maggioranza dei casi, non sono accordate; il risultato è che, per ragioni cosiddette amministrative, vi è una tremenda demolizione di case. Vediamo che avviene adesso a Gerusalemme. Così, questa è una prassi di demolire abitazioni, pure simile a quanto avveniva in Sud Africa.
Quarto, c'è la libertà di circolazione. In Sud Africa, avevamo in passato un sistema di leggi che richiedeva a tutti i neri di avere con sé i documenti e giustificare la loro presenza ovunque si trovassero. Ed era vietato loro l'ingresso nelle aree urbane senza uno permesso speciale. Così era severamente ristretta la libertà di circolazione. Ma ritengo sia vero che ai palestinesi siano imposte restrizioni peggiori. Ci sono più di 600 posti di blocco in Cisgiordania. È alquanto strano che Israele sostenga di aver costruito una cosiddetta barriera di sicurezza per tenere fuori dal proprio territorio gli attaccanti suicidi, ma che poi, in aggiunta, abbia eretto questi posti di blocco. E propendo a ritenere che l'unico loro obiettivo sia quello di discriminare, umiliando.
Quinto, il problema della riunificazione famigliare. Di nuovo, questa è una pratica manifestamente discriminatoria. Come sapete, i palestinesi che vivono in Israele non possono portare lì il coniuge se questi proviene dai Territori palestinesi Occupati; intanto, ai palestinesi dei Territori Occupati non si permette di portare lì il coniuge, se questi proviene da un Paese estero. Così, abbiamo davvero un sistema discriminatorio.
La terza caratteristica dell'apartheid era l'apparato di sicurezza. Per mantenere il controllo bianco, le autorità sudafricane avevano introdotto misure draconiane di sicurezza, che si concretizzavano nel detenere e processare un gran numero di attivisti politici. Ma, naturalmente, lo stesso avviene in Israele. Adesso nelle prigioni israeliane ci sono circa 11mila detenuti palestinesi; e vi sono accuse molto serie di torture a detenuti e prigionieri.
Dunque, qual è la differenza principale? La differenza principale che riscontro tra il sistema di apartheid sudafricano e quello che prevale nei Territori palestinesi Occupati è che in Sud Africa il regime era più onesto. Avevamo un sistema legale rigido, che prescriveva con grande esattezza come dovesse avvenire la discriminazione, e come implementarla. C'era un'ossessione per i dettagli e la legalità, in un modo molto simile a come avveniva nella Germania nazista. Nel caso di Israele, lo si nasconde. C'è una bellissima storia narrata da Shulamit Aloni, ex ministro dell'Istruzione in Israele, di un confronto con un soldato dell'IDF (letteralmente: Forze Israeliane di Difesa) mentre arrestava un palestinese e gli confiscava la carta [di identità], perché aveva guidato su una strada riservata ai coloni. Lei aveva obiettato: “Ma come può sapere che questa è una strada ad uso esclusivo dei coloni? Non vi è indicato in alcun modo”. E lui: “Certo che i palestinesi lo sanno, o che dovrebbero saperlo”. Aveva aggiunto: “Cosa vuole che facciamo? Vuole che mettiamo cartelli ad indicare 'solo palestinesi', 'solo coloni'? In modo che tutti dicano che siamo uno stato di apartheid come il Sud Africa?” Così, c'è questo nascondere la discriminazione; esistono quindi differenze.
Immagino che mi chiederete qual è il regime peggiore. Come bianco sudafricano, trovo difficile rispondere: pur avendo vissuto in Sud Africa per tutto il periodo dell'apartheid, non ero ovviamente soggetto alle leggi discriminatorie, rivolte e dirette contro i neri. Ma quel che è interessante è che ogni nero sudafricano che aveva visto i territori palestinesi e a cui ho parlato era inorridito; hanno tutti sostenuto senza esitare che il sistema adottato in Palestina è peggiore. E questo per un certo numero di motivi.
Prima di tutto credo che si possa dire che vi sono caratteristiche del regime israeliano nei territori occupati che ai sudafricani erano sconosciute. Non abbiamo mai avuto un muro a separare i neri dai bianchi. So che viene chiamato il Muro dell'apartheid, ma è davvero un termine improprio: in Sud Africa non c'era alcun muro di quel genere. E, come ho detto, non vi erano strade separate. Queste sono caratteristiche nuove, proprie del regime di apartheid israeliano.
In secondo luogo, le imposizioni sono molto più rigide. In Cisgiordania, per non parlare di Gaza, ci sono ripetute incursioni militari. Gaza tende ad attirare una maggiore attenzione, ma vi sono in Cisgiordania continui raid condotti dalle forze dell'IDF; si compiono arresti, si spara ai palestinesi e li si uccidono. Quello che è interessante è che in Sud Africa gli attivisti politici erano processati dai tribunali penali regolari del territorio, con dibattimenti pubblici. In Israele, invece, i palestinesi sono processati da tribunali militari, basati su norme e regolamenti di emergenza ereditati dai britannici, che non sono tribunali in senso proprio. Forse la differenza più importante è che l'apartheid israeliano non ha caratteristiche positive. Il regime di apartheid sudafricano aveva davvero provato a pacificare la maggioranza nera offrendo benefici materiali. Così, erano state costruite scuole e università; il regime aveva costruito anche ospedali e ambulatori. Nelle aree nere erano state costruite fabbriche speciali, per incoraggiare gli operai a lavorare nelle zone africane. Così vi era un aspetto molto positivo dell'ordinamento dell'apartheid, anche se solo materialistico. Invece, nei Territori Occupati, Israele praticamente non contribuisce affatto ad assistere la popolazione palestinese: lascia tutto alla comunità dei donatori. Naturalmente questo solleva il problema, dibattuto molto vigorosamente in Palestina, se sia saggio che i Paesi donatori tolgano ad Israele le castagne dal fuoco; se non sia meglio ritirarsi, lasciando che tutto il mondo veda la cattiveria degli israeliani in Palestina. Ma è una questione separata.
Vorrei concludere commentando sulla reazione della comunità internazionale, perché qui c'è un'altra grande differenza. Vi ricorderete che il regime di apartheid era vituperato internazionalmente, negli Stati Uniti, nell'Occidente e in tutto il mondo. Gli Stati avevano applicato sanzioni al regime d'apartheid. Le Nazioni Unite erano attive, pure imponendo alcune sanzioni al Sud Africa. La comunità internazionale considerava l'apartheid un regime illegale, ritenendo che si dovesse fare di tutto per sbarazzarsene. Invece, nel caso di Israele, sebbene vi siano serie e palesi violazioni del diritto internazionale, sappiamo che i Paesi occidentali o la comunità internazionale non prendono alcuna iniziativa. Sappiamo tutti qual è il motivo. Posso supporre che diciate che, in ultima analisi, negli Stati Uniti è la forza dell'AIPAC (American Israel Public Affairs Committee) e la lobby evangelica; penso però che in Occidente, in genere, sia il senso di colpa per lo sterminio egli ebrei, come se ne fossero responsabili i palestinesi anziché l'Europa. E così vediamo applicare nei confronti di Israele la politica 'due pesi, due misure'. Secondo me, questo ha gravi implicazioni per il futuro. Si possono comprendere le affermazioni del Presidente [sudanese], [Omar] al-Bashir: “Va bene sottopormi a un mandato d'arresto, ma che dire di Gaza?” Ed è l'appello che si ode ripetutamente, nel mondo in via di sviluppo. Ci si chiede di agire contro il Sudan, lo Zimbabwe e Burma, per le violazioni dei diritti umani, ed io ritengo che lo si debba fare. Ma i Paesi in via di sviluppo hanno replicato: “Perché dobbiamo intraprendere delle azioni contro questi Stati, quando voi stessi siete impegnati a difendere Israele?”
In tale situazione, è molto difficile immaginare cosa accadrà. Le Nazioni Unite mi hanno deluso parecchio. L'Assemblea Generale e il Consiglio dei Diritti Umani hanno pochissimi poteri. Il Segretario generale dell'ONU è, diciamo, timido. Il Consiglio di Sicurezza è ostacolato dal veto, e il Quartetto, che ha un'origine molto sospetta, è chiaramente sotto il controllo degli Stati Uniti. Nel 2004, la Corte internazionale di Giustizia ha emesso un parere consultivo, affermando l'illegalità del Muro. Il che è stato semplicemente ignorato dal Consiglio di Sicurezza, dal Segretario Generale e dal Quartetto. Si richiede che esprima un altro parere consultivo sulle conseguenze di una prolungata occupazione unita ad apartheid e colonialismo. Ma, di nuovo, è probabile che un tale parere, anche se espresso, sia ignorato.
Ma ritengo che vi siano alcuni segnali di speranza, per quanto riguarda i movimenti nella società civile. Nelle chiese, nei campus universitari e nei sindacati si pone il problema di agire contro Israele, a proposito della Palestina. Propendo a pensare, ad avere l'impressione che l'opinione pubblica stia cambiando, anche se la politica dei governi rimane all'incirca la stessa.
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Il professor John Dugard è stato relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei Territori palestinesi Occupati, e visiting professor onorario di diritto alla Duke University.
Questa trascrizione si può utilizzare senza chiedere autorizzazioni, purché sia attribuita correttamente a The Palestine Center.
Le opinioni del relatore non necessariamente riflettono quelle de The Jerusalem Fund.
Traduzione di Carlo Tagliacozzo e Paola Canarutto per www.rete-eco.it
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Da http://www.peacelink.it/editoriale/a/29277.html
A dieci anni dal bombardamento NATO della televisione nazionale serba
Oggi chiediamo che l'allora Presidente del Consiglio Massimo D'Alema offra pubblicamente le proprie scuse ad ognuna delle vittime con un atto formale e solenne.
19 aprile 2009 - Alessandro Marescotti (presidente di PeaceLink)
La notte del 23 aprile 1999 la Nato bombarda gli studi della RTS, la televisione nazionale serba a Belgrado, stroncando la vita di sedici persone: Tomislav Mitrovic, 61 anni, regista; Ivan Stukalo, 34 anni, programmista; Slavisa Stevanovic, 32 anni, programmista; Ksenija Bankovic, 28 anni, mixer video; Jelica Munitlak, 28 anni, truccatrice; Milovan Jankovic, 59 anni, meccanico; Dragan Tasic, 31 anni, tecnico; Aleksandar Deletic, 31 anni, cameraman; Darko Stoimenovski, 26 anni, tecnico; Nebojsa Stojanovic, 27 anni, tecnico; Slobodan Jontic, 54 anni, montatore; Slavina Stevanovic, 32 anni, programmista; Dejan Markovic, 40 anni, guardia; Milan Joksimovic, 47 anni, guardia; Branislav Jovanovic, 50 anni, programmista; Sinisa Medic, 33 anni, tecnico; Dragorad Dragojevic, 27 anni, guardia.
C'e' chi ha ritenuto giusta la morte di queste persone con lo scopo dichiarato di affermare i diritti umani attraverso una "guerra umanitaria" che ha violato il diritto internazionale e lo stesso statuto della Nato.
L'articolo 5 dello Statuto Nato prevede l'uso della forza armata solo in questo caso:
"Le parti concordano che un attacco armato contro una o più di esse, in Europa o in America Setentrionale, deve essere considerato come un attacco contro tutte e di conseguenza concordano che, se tale attacco armato avviene, ognuna di esse, in esercizio del diritto di autodifesa individuale o collettiva, riconosciuto dall'articolo 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti attaccate prendendo immediatamente, individualmente o in concerto con le altre parti, tutte le azioni che ritiene necessarie, incluso l'uso della forza armata, per ripristinare e mantenere la sicurezza dell'area Nord Atlantica".
Il Kosovo non era una nazione della Nato ma dieci anni fa era parte della Repubblica Federale Jugoslava.
Inoltre le convenzioni di Ginevra, con il primo protocollo aggiuntivo del 1977, stabiliscono che "il diritto

Massimo D'Alema
Autore: Anna Maria De Caroli
Fonte: www.massimodalema.it
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delle Parti in conflitto di scegliere metodi e mezzi di guerra non è illimitato'', e all'articolo 48 dello stesso protocollo obbligano le parti in conflitto a "fare, in ogni momento, distinzione fra la popolazione civile ed i combattenti, nonché fra beni di carattere civile e gli obiettivi militari, e, di conseguenza, dirigere le operazioni soltanto contro obiettivi militari''.
Quindi il bombardamento di una TV di stato e la conseguente strage fu un crimine in violazione della Convenzione di Ginevra e un'aperta violazione delle finalità della Nato. Dieci anni fa più di qualcuno si macchiò la coscienza di sangue. Si trattava di semplici operatori, come tecnici, elettricisti, un mixer, una truccatrice... che male avevano fatto ognuno di loro al Kossovo, a Massimo D'Alema e a noi tutti?
La responsabilità è sempre personale e mentre loro non avevano alcuna responsabilità personale nei crimini di allora, chi ha consentito il bombardamento ha una precisa responsabilità personale.
Ma il governo italiano pensò mai di scusarsi con le famiglie delle persone uccise nella sede della RTS?
Se è giusto battersi contro la pena di morte verso chi ha compiuto un omicidio, perché allora condannare a morte 16 persone senza processo e senza che avessero commesso alcun omicidio?
Siamo di fronte alla barbarie. La guerra è barbarie perché è condanna a morte senza processo. La guerra è terrorismo, basta leggere le testimonianze di Djordie Vidanovic. E' per questo che l'articolo 11 della nostra Costituzione bandisce la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali.
Oggi chiediamo che l'allora Presidente del Consiglio Massimo D'Alema offra pubblicamente le proprie scuse ad ognuna delle vittime con un atto formale e solenne.
Invitiamo tutti coloro che hanno memoria storica, dai semplici iscritti al Partito Democratico fino a chi che ha lottato dieci anni fa contro la guerra, a chiedere un gesto riparatore scrivendo a info@massimodalema.it
A dieci anni dalla guerra sarebbe significativo un gesto di sincero pentimento di fronte alla strage e alle proprie gravi responsabilità.
Note:
Per ricordare quelle terribili giornale di bombardamenti invitiamo a leggere il diario del prof. Djordje Vidanovic, docente di Linguistica e Semantica presso l' Università di Nis, che dieci anni fa PeaceLink pubblicò qui http://web.peacelink.it/kossovo/lettere/vidanovic.html
| Scritto da I promotori dell'appello |
| Lunedì 30 Marzo 2009 09:33 |
Una lettera aperta di militanti ebrei ed ebree per la pace
Siamo dei/delle militanti per la pace di origine ebraica. Alcuni/e tra noi si identificano in questo modo; altri/e no. Ma tutti/e ci opponiamo a coloro che pretendono di parlare in nome di tutti gli ebrei ed ebree o che usano l’accusa di antisemitismo per cercare di reprimere la legittima protesta.
Siamo indignati/e dalle accuse contro Hermann Dierkes, un sindacalista e dirigente del partito di sinistra (Die Linke) nella città tedesca di Duisburg. In reazione all’attacco israeliano contro Gaza, Dierkes ha espresso l’opinione che uno dei modi in cui i palestinesi potrebbero essere aiutati a ottenere giustizia potrebbe essere il sostegno l’appello del Forum Sociale Mondiale per il boicottaggio delle merci israeliane, in modo da esercitare una pressione sul governo israeliano.
Dierkes è stato sottoposto a denunce al vetriolo su grande scala che lo accusano di antisemitismo e di far appello a una ripetizione della politica di boicottaggio dei prodotti ebraici attuata dai nazisti negli anni trenta. Dierkes ha risposto affermando che «le parole del FSM nulla hanno a che vedere con le campagne antiebraiche di tipo nazista, ma mirano solo a cambiare la politica di oppressione dei palestinesi messa in atto dal governo israeliano».
Nessuno ha accusato Dierkes di antisemitismo in altre occasione salvo che per il suo sostegno al boicottaggio. Tuttavia, egli è stato accusato di «puro antisemitismo» (Dieter Graumann, vicepresidente del Consiglio Ebraico Centrale), di pronunciare parole equiparabili a « una esecuzione di massa ai margini di una foresta ucraina» (Achim Beer, editorialista del Westdeutsche Allgemeine Zeitung) e di fare «propaganda nazista» (Hendrik Wuest, segretario generale della CDU).
Noi, firmatari, abbiamo punti di vista differenti sull’opportunità e sull’efficacia dell’appello al boicottaggio. Alcuni/e tra noi pensano che un simile boicottaggio è una componente essenziale di una campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni che può porre fine a quaranta anni di occupazione israeliana; altri/e pensano che il miglior modo di esercitare pressione sul governo israeliano è un boicottaggio più selettivo, mirato alle istituzioni e alle ditte che sostengono l’occupazione. Ma tutti e tutte siamo d’accordo sul fatto che sia essenziale esercitare pressione sul governo israeliano se si auspica che pace e giustizia vincano in Medio Oriente, come siamo tutti/e d’accordo sul fatto che un appello al boicottaggio di Israele nulla a che vedere con la politica nazista del «Non comprate dagli ebrei».
E’ antisemita boicottare Israele per mettere fine all’occupazione quanto era anti-Bianco boicottare il Sud Africa per mettere fine all’apartheid. I movimenti per la giustizia sociale hanno spesso fatto appello al boicottaggio o al disinvestimento, fosse contro il regime militare il Birmania o contro il governo del Sudan. Che fossero opportuni o meno, questi appelli non sono assolutamente discriminatori.
La violenza in Medio Oriente, in effetti, ha prodotto alcuni atti di antisemitismo in Europa. Come nel caso in cui a Roma vi è stato un appello al boicottaggio dei negozi appartenenti agli ebrei, che è stato largamente e adeguatamente condannato. Deploriamo un simile fanatismo. I crimini di Israele non possono essere attribuiti agli ebrei nel loro insieme. Ma, allo stesso tempo, un boicottaggio di Israele non può essere presentato come equivalente a un boicottaggio degli ebrei nel loro insieme.
Una forma grave e inquietante di razzismo che oggi si sviluppa in Europa è l’islamofobia e la xenofobia dirette contro gli immigrati dai Paesi musulmani. Dierkes è stato in prima fila tra i/le militanti per la difesa dei diritti dei/delle immigrati/e, mentre alcuni/e di coloro che accusano di antisemitismo chi critica Israele spesso partecipano – come il governo di Israele – a queste forme di razzismo.
La Shoah è stato uno degli eventi più orribili della storia contemporanea. Significa disonorare le sue vittime, utilizzare la loro memoria come un randello per ridurre al silenzio quelli e quelle che giustamente criticano il trattamento inqualificabile di cui sono vittime i palestinesi per mano di Israele.
[Ci siamo dati solo una settimana per raccogliere le firme per questa petizione e lo abbiamo fatto in un piccolo numero di Paesi. Ci scusiamo con coloro che avrebbero voluto firmare, o che hanno inviato la propria adesione in ritardo perché fosse integrata nell’elenco. Per qualunque informazione sui modi di sostenere questa iniziativa, si prega di scrivere al seguente indirizzo: Dierkes.Letter@gmail.com Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. ]
FIRME
(Le istituzioni sono menzionate solo a fini di identificazione)
GERMANIA
Galit ALTSHULER, European Jews for Just Peace
Linda BENEDIKT
Stacey BLATT
Elias DAVIDSSON, Komponist, Menschenrechtler
Ilil FRIEDMAN, European Jews for Just Peace
Ruth FRUCHTMAN, Writer, European Jews for Just Peace
Harri GRÜNBERG, Mitarbeiter der Bundestagsfraktion DIE LINKE
Iris HEFETS, European Jews for Just Peace
Tal HEVER
Michal KAISER-LIVNE, European Jews for Just Peace
Kate KATZENSTEIN-LEITERER, European Jews for Just Peace
Jason KIRKPATRICK
Felicia LANGER
Mieciu LANGER
Jean Joseph LEVY
Edith LUTZ, European Jews for Just Peace
Jakob MONETA, früherer Chefredakteur der Zeitung Metall
Abraham MELZER, Publisher, European Jews for Just Peace
Moshe PERLSTEIN, European Jews for Just Peace
Fanny Michaela REISIN, European Jews for Just Peace
Paul Otto SAMUELSDORFF
Lawrence ZWEIG, Solidarity International
BELGIO
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Joëlle BAUMERDER, Directrice institution culturelle
Marianne BLUME, Professeur
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Fanny FILOSOF
Thérèse FRANKFORT, Professeur
Victor GINSBURGH, Professeur émérite, Université libre de Bruxelles
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Henri HURWITZ, Professeur émérite, Université libre de Bruxelles
Paul JACOBS, Professeur, Université libre de Bruxelles
Willy KALB
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Nicole MAYER, Professeur émérite, Université libre de Bruxelles
Henri ROANNE-ROZENBLATT, Journaliste
Dominique RODRIGUEZ, Union des Progressistes Juifs de Belgique
Edith RUBINSTEIN, Femme en noir
Serge SIMON, Ecrivain et Union des progressistes juifs de Belgique
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Jean VOGEL, Professeur, Université libre de Bruxelles
Laurent VOGEL, Professeur, Université libre de Bruxelles
Henri WAJNBLUM, Co-président de l'Union des Progressistes Juifs de Belgique
CANADA
Elizabeth BLOCK, Not In Our Name: Jewish Voices Opposing Zionism, Women in Solidarity with Palestine, Independent Jewish Voices
Corey BALSAM, Student
Julia BARNETT
Lawrence BOXALL, Jews for a Just Peace
Mark Robert BRILL
Anne-Marie BRUN
Smadar CARMON, Not In Our Name: Jewish Voices Opposing Zionism
James DEUTSCH, MD
Judith DEUTSCH, MSW, President, Science for Peace
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Inge FLEISCHMANN FOWLIE, Independent Jewish Voices
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Inge FOWLIE
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Jake JAVANSHIR, Not In Our Name: Jewish Voices Opposing Zionism
Mira KHAZZAM, Independent Jewish Voices
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Martha ROTH, United Jewish Voices-BC
Marty ROTH, United Jewish Voices-BC
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Edward SHAFFER, University of Alberta
Sid SHNIAD, Independent Jewish Voices
Greg STARR, Jews for a Just Peace
Vera SZOKE
Judith WEISMAN
Suzanne WEISS, Not In Our Name: Jewish Voices Opposing Zionism
STATI UNITI
Deborah AGRE, Middle East Children's Alliance
Michael ALBERT, ZNet
Barbra APFELBAUM, Riverside Language Program, New York City
Rann BAR-ON, International Solidarity Movement and North Carolina Coalition for Palestine
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Carol HORWITZ, "Jews Say No"
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Joanne LANDY, Campaign for Peace & Democracy
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Howard LENOW, American Jews For A Just Peace
Zachary LEVENSON, University of California-Berkeley
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Rachel RUBIN, University of Massachusetts, Boston
Marjorie SCHEER, Jews for a Just Peace - North Carolina
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Richard I. WARK, Jews for a Just Peace-North Carolina
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Ronnie BARKAN, Anarchists Against the Wall
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Naama FARJOUN
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Giorgio CANARUTTO - ECO
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Giorgio FORTI, Professore Emerito Università di Milano - ECO
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Stefano SARFATTI , Commerciante - ECO
Susanna SINIGAGLIA - ECO
Ornella TERRACINI, Insegnante in pensione - ECO
Rete Ebrei Contro L'occupazione, Jews Against Occupation
GRAN BRETAGNA
Hanna BRAUN, Palestine Solidarity Campaign
Richard BRENNER, Editor, Workers Power
Haim BRESHEETH, Professor of Media and Cultural Studies
Peter COHEN, London South Bank University
Angela DALE, Jews Against Zionism
Mark ELF, Jews Sans Frontieres
Liz ELKIND, Scottish Jews for a Just Peace
Rayah FELDMAN, London South Bank University
Alf FILER
Sylvia FINZI, Jews for Justice for Palestinians
Tony GREENSTEIN , Trade unionist (UNISON)
Pete HALL
Abe HAYEEM, Jews for Justice for Palestinians /International Jewish Anti-Zionist Network
Rosamine HAYEEM, Jews for Justice for Palestinians/International Jewish Anti-Zionist Network
Dan JUDELSON, Secretary, European Jews for a Just Peace
Yael KAHN
Bernice LASCHINGER
Les LEVIDOW, Open University
Vivien LICHTENSTEIN
Yosefa LOSHITZKY, Professor of Film Studies
Moshe MACHOVER, Professor Emeritus, founding member of the Socialist Organization in Israel "Matzpen"
Hilda MEERS, Scottish Jews for a Just Peace
Diana NESLEN, Jews Against Zionism
Esther NESLEN
Susan PASHKOFF, Jews Against Zionism
Roland RANCE, Jews Against Zionism
Anna ROBIN
Shrila ROBIN
Brian ROBINSON
Miriam SCHARF
Ruth SIRTON
Inbar TAMARI, Jews Against Zionism
Norman TRAUB
Eyal WEIZMAN, University of London
Jay WOOLRICH
SVIZZERA
Guy BOLLAG
Shraga ELAM, Winner of the Australian Gold Walkley Award for Excellent Journalism 2004
Dorrie ITEN, Jewish Voice for a Just Peace
Leo KANEMAN, Co-directeur Festival du Film et Forum International sur les Droits Humains
Rolf KRAUER, Gewerkschafter UNIA
Martine RAIS, Médecin
Peter STRECKEISEN, Soziologe
Ursel URECH, Lehrerin, Gewerkschaft VPOD
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Robin WINOGROND, Jewish Voice for a Just Peace
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Hans DIELEMAN, Universidad Autónoma de la Ciudad de México, Mexico
Mary ELDIN, Ireland
Dror FEILER, Musician, Chairperson of European Jews for a Just Peace and Judar för Israelisk Palestinsk Fred, Sweden
Jacques HERSH, Professor Emeritus, Denmark
Zachris JÄNTTI, Finland
Jakob LINDBERG, Judar för Israelisk Palestinsk Fred, Sweden
Margot SALOM, Palestinian & Jewish Unity for Justice and Peace, Australia
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Da www.rete-eco.it
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La denuncia scioccante viene dal quotidiano israeliano Haaretz. Ai soldati israeliani piace andare in giro con magliette che superano i classici simbolismi del militarismo per addentrarsi nella guerra del futuro, quella asimmetrica nella quale il protagonista è il cecchino onnipotente con la testa vuota che ammazza civili, meglio se donne e bambini.
di Gennaro Carotenuto
E questo si riflette nella moda, nell’abbigliamento dei soldati di Tsahal. Sembra vadano a ruba le magliette con disegni di bambini presi nel mirino, oppure madri piangenti sulle tombe dei figli oppure t-shirt come quella nella foto che mostra una donna palestinese incinta e lo slogan: “con un tiro due piccioni”.
Tutte le scritte sono per “uomini veri”, notevole per un esercito che fa dell’integrazione delle ragazze motivo d’immagine. I riferimenti sessuali, perfino allo stupro, sono continui come sono continui quelli alla maternità “piangeranno, piangeranno”. A una maglietta che mostra un bimbo ammazzato si accompagna un “era meglio se usavano il preservativo”. A quella con un bambino palestinese nel mirino si accompagna un “non importa quando si comincia, dobbiamo farla finita con loro” che suona in italiano come “meglio ammazzarli da piccoli”.
Leggi tutto il reportage di Haaretz qui e conserva questo link per la prossima volta che ti diranno che i palestinesi educano i figli alla cultura dell’odio.
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Scritto da Helena Cobban
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Giovedì 19 Marzo 2009 13:22
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Just World News, Gerusalemme, 3 marzo - Il governo di Israele dovrebbe provare a bloccare la ricostruzione di Gaza; il prossimo primo ministro, Benjamin Netanyahu, potrebbe a un certo punto rimandare i militari nella Striscia; la soluzione a due stati per il conflitto israelo-palestinese è morta; Israele è forte, ed il mondo deve solo farci l'abitudine. Questi sono stati alcuni dei temi principali emersi quando, il primo marzo, ho intervistato qui un alto specialista di questioni di sicurezza del Likud, Efraim Inbar.
Inbar è Direttore del Centro Begin-Sadat per Studi Strategici all'Università Bar-Ilan; in passato, è stato spesso consigliere dei leader del Likud. Le posizioni espresse nell’intervista coincidevano per diversi aspetti con quelle di un editoriale dell'ex consigliere di Netanyahu per la sicurezza nazionale, Giora Eiland, pubblicato oggi (3 marzo) su Yediot Aharonot.
Come molte altre interviste che giornalisti e ricercatori stranieri compiono a Gerusalemme, questa si è svolta prendendo un caffè in una sala del bellissimo Hotel American Colony, costruito secondo la tradizione. Inbar è un uomo amichevole di 60 anni o poco più; porta la kippà su un massa di folti riccioli bianchi.
Gli ho chiesto come valuta le prospettive del processo di pace israelo-palestinese. “Per noi, il fattore più importante non sono gli Arabi, ma gli Americani,” ha risposto. “E onestamente, lì nessuno ci crede per davvero. Anche ad Annapolis, malgrado tutta la raffinata retorica sul concludere un'intesa prima della fine dell’anno, nei fatti il loro unico obiettivo era un accordo da tenere in sospeso, come su uno scaffale, per un tempo indefinito.
“La soluzione a due stati è ‘passé’- perché i palestinesi non sono pronti. Potrebbe funzionare solamente se fossero soddisfatte due condizioni: che i palestinesi la sostenessero, ciò che non fanno; e che lo Stato avesse il monopolio dell’uso della forza, ciò che l’Autorità Palestinese non ha”
Ha ricordato di aver pubblicato un libro su Yitzhak Rabin, il primo ministro che, nel lontano 1993, aveva congluso gli Accordi di Oslo con l’OLP di Yasser Arafat, soggiungendo: “Persino la formula di Rabin è sempre stata ‘terra in cambio di sicurezza’…. Quel che Rabin voleva era un tiranno al potere in Palestina. Ma non è riuscito ad ottenerne uno efficace”.
Ha sostenuto che questa visione di Rabin “era quella della maggior parte degli israeliani”. L’Israele moderno è, ha aggiunto, “molto realistico, non idealistico”.
Passando alle sue aspettative circa i vari filoni del processo di pace, riferisce di pensare che, dal prossimo governo Netanyahu, con la Siria “gli israeliani possono sopportare lo status quo”.
Per quanto riguarda la pista palestinese, ha fatto notare che Netanyahu ha iniziato a diffondere l’idea di una “pace economica”. Ho rilevato che questo approccio era già stato messo in discussione e persino tentato, con scarsa convinzione, da Netanyahu quando era già stato primo ministro, dal 1996 al 1999, e da altri leader israeliani, e che si era sempre dimostrato non percorribile, in assenza di un vero progresso diplomatico. Inbar ha risposto immediatamente, dichiarando in modo esplicito: “Non ci interessa se è percorribile o no!”
Ha poi aggiunto: “Non possiamo rinunciare alla Cisgiordania, perché è troppo vicina alla parte centrale del nostro Paese. Gaza OK, perché è più lontana dal cuore. Ma lì, ad ogni modo, abbiamo visto il caos e la violenza che hanno fatto seguito al nostro ritiro”.
“Quel che dovremmo compiere”, ha sostenuto, “è un tentativo di coinvolgere l'Egitto nella gestione di Gaza, e la Giordania in quella della Cisgiordania”. (Questo è lo stesso piano esposto da Eiland nel suo ultimo articolo).
“Magari l'Egitto potrebbe essere interessato ad intervenire a Gaza, perché non vogliono vedere che lì si formi uno Stato di Hamas”, ha ragionato Inbar. “In Cisgiordania, i giordani hanno i loro motivi per guardarsi dall'intervenire. Ma magari lì potremmo considerare una sorta di confederazione giordano-palestinese, perché certo l'Autorità Palestinese (AP) in Cisgiordania non è stata all'altezza delle nostre aspettative. Non hanno raccolto tutte le armi in possesso dei gruppi armati”.
“Sì, certo, alcuni dicono che le truppe addestrate dagli Stati Uniti hanno ricevuto un training migliore di quelle che c'erano prima. Ma non sappiamo se combatterebbero contro Hamas, se ve ne fosse la necessità. I palestinesi non combattono! Hamas non ha lottato a Gaza: hanno solo lasciato le armi sul campo di battaglia, ciò che significa anche che non stavano compiendo una ritirata tattica, stile guerriglia”.
Ha fatto osservare che un altro analista israeliano di questioni strategiche aveva rimarcato che il presidente dell'AP, Mahmoud Abbas (Abu Mazen), per proteggere le proprie posizioni in Cisgiordania faceva in effetti affidamento sulle baionette israeliane. E adesso, in verità, Abu Mazen è ampiamente accusato di collusione con Israele. Davvero, non è un grande leader”.
Lo scenario più realistico che Inbar potesse prevedere per i prossimi anni in Cisgiordania è: “Gestione del conflitto. Per ridure le fiamme, limitare le sofferenze, e non irritare troppo gli americani”.
Il resto della comunità internazionale, ha aggiunto esplicitamente, “non conta - anche se in Europa adesso si rendono conto più che in passato dei difetti dei palestinesi.... C'è movimento”.
Passando alla situazione dei residenti a Gaza (un milione e mezzo), ha fatto riferimento ad un articolo da lui pubblicato in febbraio, in cui argomentava che la comunità internazionale non dovrebbe fare alcunché per aiutare a ricostruire le case e le pubbliche infrastrutture così ampiamente distrutte da Israele nella recente guerra. Aveva scritto che la comunità internazionale “non dovrebbe farsi attirare dalle bravate sentimentali di ricostruire e di dare assistenza umanitaria, che minano i nostri principali obiettivi strategici”.
Mi ha riferito di crederci ancora. Ho fatto notare che la maggior parte della comunità internazionale sembra aver deciso di dover aiutare a ricostruire Gaza. “La comunità internazionale può insistere,” ha risposto, “ma noi sicuramente possiamo fare molto per rallentare il processo.”
Affrontando in modo diverso la questione di Gaza, ha poi commentato, con un sorriso: “Hamas è un bene per gli ebrei! Fino a che sono lì, per noi è un regalo!”
Ha aggiunto: “Non esiterei a creare un'ondata di profughi da Gaza. Questo creerebbe pressione sull'Egitto, per aumentare la presenza egiziana nella Striscia di Gaza. Potrebbero impadronirsi direttamente di tutta la Striscia, o tenere lì il loro governo fantoccio, che sia Hamas o chiunque altro”.
(Durante la recente guerra, il governo egiziano pareva certo temere l'impatto di un'ondata di profughi, che entrassero attraverso le sette miglia di confine con Gaza. Il numero di forze di sicurezza che l'Egitto può mantenere nelle vicinanze della Striscia o del confine israeliano è strettamente limitato dai termini del trattato di pace del 1979 con Israele. Ma, durante la guerra, il governo egiziano ha compiuto sforzi specifici per tenere il più possibile chiuso il confine con Gaza, consentendo il passaggio solo a un esiguo numero di casi di emergenza medica).
Sono ritornata sull’idea di una “pace economica” in Cisgiordania, che Inbar aveva menzionato, notando che, sebbene lui e Netanyahu parlino dell’idea che ai palestinesi del luogo sarebbe concesso di godere di un certo reale sviluppo economico - principalmente, sembra, come alternativa all’avere i loro diritti all’indipendenza nazionale seriamente considerati - tuttavia sia lui che Netanyahu sembrano favorire l’idea di mantenere il sistema, assai intrusivo, di più di 600 blocchi stradali, mediante i quali i movimenti dei Palestinesi tra diverse città ed aree entro la Cisgiordania rimangono strettamente controllati. Riferendomi a vari studi della Banca Mondiale e di altre istituzioni, gli ho riferito l’idea che non si può avere vera fioritura economica finché la Cisgiordania rimane spezzettata in un gran numero di piccole enclave.
“Potrebbe essere come Singapore o Hong Kong”, ha risposto a tutta prima.
Ho fatto osservare che quei territori avevano popolazioni molto maggiori di tutta la Cisgiordania, e anche libero accesso alle economie della regione e del mondo intero. Rilevando l’argomento demografico, ha risposto:”Bene, come Monaco, allora!” (Non sembrava tuttavia molto serio nel tentare di persuadermi della forza di questo argomento. Forse la sua prima risposta, “non ci importa se è percorribile o no!” esprimeva in modo più preciso le sue vere idee che non l’argomento utilizzato senza convinzione su Singapore, Hong-Kong - o Monaco.
Ho chiesto come valutava le conseguenze delle colonie israeliane in Cisgiordania sul processo di pace. “Le colonie sono un incentivo ai Palestinesi per diventare più ragionevoli in diplomazia”, ha commentato. “E sa, questo prima di Oslo ha funzionato. Ma dopo Oslo, ebbene, la loro curva di apprendimento è divenuta molto lenta”.
Ma non è possibile che il governo di Israele cominci ora a dover affrontare qualche pressione da parte della nuova amministrazione USA, perché fermi il programma di espandere le colonie e si adegui ai suoi precedenti impegni a rimuovere immediatamente quegli avamposti che anche passati governi israeliani avevano considerato 'illegali'?
Ha risposto: ”Sì, è possibile che riceviamo qualche pressione. Gli americani possono premere un po’, così toglieremo uno o due avamposti, o uno o due blocchi stradali. Giocheremo con gli Americani”.
E quali sono le sue aspettative dalla amministrazione Obama, in generale?
Beh, parlano molto diversamente da Bush. Ma hanno tante altre cose di cui occuparsi! L’economia, l’Irak, l’Afghanistan,l’Iran! Quanta energia rimarrà loro per questo problema qui?
La maggior parte degli Israeliani, sa, vedono la loro politica nei riguardi dell’Iran come una di appeasement. Così spero che Dennis Ross andrà dal presidente dopo sei mesi per dirgli che non c’è alcuna trattativa da svolgere con l’Iran, così che Obama diventerà serio”.
Ancora su Gaza: ”Non ha alcun senso ricostruire Gaza! Non serve a rafforzare Abu Mazen.”
Allora, Efraim, come si può rafforzare Abu Mazen?
“Nessuno lo può fare dall’esterno…. I Palestinesi hanno bisogno di un Ataturk, ma proprio non ne vedo uno all’orizzonte. È lo stesso problema dei regimi deboli in tutto il mondo arabo: in Palestina,in Libano, in Somalia....
Così stiamo costruendo una barriera. Non li vogliamo vedere! La barriera è più o meno come un confine…. Agli israeliani piace, lo sa. Molti credono, a torto, che sia di grande importanza per la sicurezza, mentre in realtà il nostro successo nel prevenire il terrorismo viene dagli arresti, dagli imprigionamenti e dalle uccisioni mirate.
Questa è la mia principale critica all’operazione di Gaza. Se avessimo fatto quello - uccisioni mirate come avevamo fatto con lo Sheikh Ahmed Yassin e Rantissi nel 2004... allora Hamas aveva immediatamente cessato il fuoco”.
E dunque, Efraim, il quadro che descrive è ben nero?
“Bene, noi siamo forti e loro deboli”. (Ha sorriso dolcemente. Per sottolineare questo, o nel tentativo di togliere via il lato duro? Chi lo sa...)
“E il tempo lavora per noi. Questa è la differenza tra i falchi e le colombe, qui. Sono loro ad essere pessimisti; noi, i falchi, siamo ottimisti”.
Ma che ne dice del coro di preoccupazione, in aumento, dalla comunità internazionale, per il livello di distruzione a Gaza?
Possiamo sopportarlo! Gli Ebrei non sono sempre stati amati nel mondo. E ora, alla riedizione del summit di Durban, siamo ancora una volta additati”. (A questo punto ha ridacchiato).
Le sue aspettative da George Mitchell?
Organizzativamente, è un chiaro problema, perché Hillary ha troppi inviati. Non credo che possa fare molto di buono. Ma è Americano, quindi ci proverà. Ma cosa può fare? Può cambiare Abu Mazen? Finirà probabilmente con l’andar d’accordo con il piano di Netanyahu sulla pace economica. Lui ed il presidente probabilmente non vogliono tanto presto una crisi nei rapporti fra l'America e Israele”.
Attese da Netanyahu?
“Bene, non si oppone al flusso di denaro alla AP. Inoltre, c’è gente intorno a lui che parla della necessità di distruggere Hamas”. (Non ha riferito se condivide questa idea. Probabilmente avrei dovuto chiederglielo).
Ha notato che il governo uscente di Olmert era stato attento a non puntare alla distruzione di Hamas, durante la recente guerra.
Dunque la guerra è stata complessivamente un successo?
“No! Ci sparano ancora tutti i giorni. Potremmo dover tornare là, anche se gli Egiziani non sono contenti quando ci sono 'fiamme alte' laggiù”.
E Netanyahu potrebbe esser d’accordo che l’esercito israeliano debba tornare a Gaza? “Sì, ci sono probabilità che Bibi debba tornarci. La cooperazione con i Palestinesi per la sicurezza non ha funzionato, e, in ogni modo, noi siamo unilateralisti per natura. Questo è l’ethos sionista: non dipendiamo più dai Gentili”.
Si è messo comodo ed è diventato espansivo. “Sono uno studente di Albert Wohlstetter”, ha raccontato, riferendosi allo studioso di studi strategici dell’Università di Chicago che ha influenzato molti dei più importanti neoconservatori US, “ma non sono un neocon! Ho detto a Paul Wolfowitz e Bill Cristol, entrambi miei amici, che cercare di portare la democrazia nel Medioriente è stato un grande errore.
“Certo, sì, è stato bene liberarsi di Saddam. Era un pessimo soggetto. Ma non avevano bisogno di tentare pure di democratizzare il Paese”.
Ancora su Obama: “Ero preoccupato di lui, all’inizio, ma la maggior parte delle sue nomine sembrano essere “mainstream”. È un vero tributo agli Stati Uniti che abbiate eletto un nero. Così stiamo a vedere. Sì, sono critico su alcune delle sue politiche, per esempio sull’Iran, ma gli concedo il beneficio del dubbio: abbiamo bisogno di un’America forte”.
Ho chiesto cosa pensa dell'apparire sulla scena di Avigdor Lieberman, fortemente destrorso, come forza di primaria importanza nella politica israeliana. Ha compiuto un’interessante analisi del fenomeno Lieberman, notando – correttamente – che, insieme a molte idee fortemente di destra, questi sostiene alcune delle cause della sinistra, incluso il fatto che non è contro l'istituire uno Stato Palestinese.
Ha concluso notando che Lieberman “è accettato dagli Israeliani, anche se ad alcuni non piace. Inoltre, ha attratto alcune personalità molto prominenti nel suo partito…. A me non piace il suo tono; non fa per me. Ma è accettabile in una democrazia”.
Siamo tornati al processo di pace. Ha definito “un errore” la decisione di Olmert del 2005, di permettere ai Palestinesi della Cisgiordania e di Gaza di tenere le elezioni parlamentari, e a Hamas di presentarsi.
Gli ho chiesto cosa ne pensa della ripresa di negoziati fra Israele e la Siria. Ha risposto: ”Con Hamas ora al potere a Gaza, c’è molta meno pressione sul nostro governo circa il processo di pace in generale; quindi, che necessità abbiamo di far qualcosa con la Siria? Certo, se siamo sotto pressione dagli Americani, possiamo negoziare. Ma perché dovrebbe Bibi impegnarsi attivamente in un negoziato o in un accordo con la Siria?... Inoltre, non abbiamo un problema demografico nel Golan. E’ ripulito dagli Arabi. E’ molto bello.
Il tempo lavora per noi! Chi ricorda il 1967? E, in ogni caso, il presidente Assad è serio? Vuole frontiere aperte con Israele? È disposto a prender le distanze dall’Iran? Non credo che cambierà così facilmente…. Dunque, non penso che ci sarà pressione su Israele perché lasci le Alture del Golan: non avremo alcuna pressione, neanche da Assad”.
Testo inglese in http://justworldnews.org/archives/003422.html
Tradotto da Giorgio Forti e Giorgio Canarutto della Rete Ebrei Contro Occupazione, www.rete-eco.it
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Da: Assopace Jerusalem <
Jerusalem@assopace.org>
Riceviamo e dall'Associazione Zaatar:
http://www.associazionezaatar.org/index.php?option=com_content&task=view&id=552&Itemid=1
14/03/2009
Attivista ferito gravemente dell'I.O.F
un cittadino statunitense, Tristan Anderson di 37 anni è stato ferito
gravemente dall'esercito israeliano durante una manifestazione pacifica
contro il muro a Nilin.
Proprio oggi presentavo un iniziativa per ricordare Rachel Corrie,
attivista dell'I.S.M 23enne statunitense uccisa dal un bulldozer
dell'esercito israeliano a Rafah - Striscia di Gaza, il 16 marzo 2003,
mentre cercava di impedire la demolizione di un'abitazione palestinese,
ponendosi tra il bulldozer e la casa.
Tristan è stato colpito in pieno volto da un lacrimogeno. Sono 4 i
residenti di Nil'in uccisi da luglio 2008 durante le manifestazioni di
protesta a Nil'in: Ahmed Mousa di 10 anni, Youssef Amira di 17 anni,
Arafat rateb Khawaje di 22 anni e Mohammed Khawaje di 20 anni. Tutte
giovani vite spezzate mentre protestavano contro l'avanzare del muro e
il conseguente furto delle terre.
Tristan è ferito gravemente, il bossolo del lacrimogeno l'ha colpito da
una distanza di circa 500 metri è gli ha fratturato in più punti la
scatola cranica, Tristan è stato operato al Tel Hashomer hospital vicino
a tel Aviv e gli sono stati rimossi i frammenti d'osso dal cervello.
I danni sono estesi all'occhio destro. Tristan non ha ripreso
conoscenza. Non si sa ancora quali saranno le conseguenze delle sue ferite.
Altre informazioni in inglese e video su
http://palsolidarity.org/2009/03/5324
Per ulteriori informazioni contattare i volontari dell'ISM:
Adam Taylor (English), ISM Media Office +972 8503948
Sasha Solanas (English), ISM Media Office - +972 549032981
Woody Berch (English), at Tel Hashomer hospital +972 548053082
| A NOI LA LEGGE NON SI APPLICA |
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| Scritto da Sameer Dossani |
| Sabato 28 Febbraio 2009 17:15 |
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Sameer Dossani intervista Noam Chomsky
Foreign Policy in Focus , 16 gennaio 2009
DOSSANI: Il governo israeliano e molti personaggi politici ufficiali, in Israele e negli Stati Uniti, sostengono che l'attacco a Gaza vuole por termine al lancio di missili Qassam su Israele. Ma diversi osservatori sostengono che, se questo fosse il problema, Israele avrebbe fatto maggiori sforzi per rinnovare l'accordo di cessate il fuoco, scaduto a dicembre, che aveva quasi fermato il lancio di missili. Secondo lei, quali sono I veri motivi delle attuali azioni israeliane?
CHOMSKY: Questo è un tema che risale fino alle origini del sionismo. Ed è assai razionale: “Ritardiamo negoziati e diplomazia quanto più possibile, e nel frattempo 'costruiamo fatti sul terreno'. Così Israele crea le basi che un qualche accordo alla fine ratificherà; ma più creano, più costruiscono, migliore sarà per loro l'accordo. Lo scopo è di portar via qualunque cosa abbia valore in quella che una volta era la Palestina, e di scardinare quel che resta della popolazione originaria..
Penso che uno dei motivi per cui negli Stati Uniti questo ha il sostegno popolare è che ricorda molto bene la storia americana. Come si sono costituiti gli USA? La tematica è simile.
Nella storia di Israele questo motivo ritorna di frequente, anche nella situazione attuale. Hanno un programma molto chiaro. Falchi razionali, come Ariel Sharon, hanno compreso che è da pazzi tenere 8.000 coloni che usano un terzo della terra e molte delle scarse risorse di Gaza, protetti da una vasta quota dell'esercito israeliano, mentre il resto della società, accanto a loro, semplicemente marcisce. Così l'idea migliore è tirarli fuori di lì, mandandoli in Cisgiordania. Questo è il luogo di cui davvero si occupano, a cui tengono.
Quel che si è denominato “ritiro”, nel settembre 2005, è stato in realtà un trasferimento. Su questo, sono stati perfettamente franchi e aperti. Nei fatti, hanno esteso i progetti di costruire colonie in Cisgiordania proprio quando ritiravano alcune migliaia di coloni da Gaza. Così la Striscia si dovrebbe trasformare in una gabbia, sostanzialmente una prigione, con Israele che l'attacca a piacimento; nel frattempo, in Cisgiordania ci impadroniremo di ciò che vogliamo. Non vi è alcun segreto, su questo.
Ehud Olmert è stato negli Stati Uniti nel maggio del 2006, un paio di mesi dopo il ritiro. Ha semplicemente annunciato, a una sessione congiunta del Congresso, in un discorso interrotto da applausi scroscianti, che il diritto storico degli ebrei a tutta la terra di Israele è fuori questione. Ha annunciato quel che ha definito il programma di convergenza, che è solo una versione del programma tradizionale: risale al piano Allon, del 1967. Israele si annetterebbe, in sostanza, della terra e e delle risorse di valore vicine alla Linea Verde (il confine del 1967). Questa terra è ora dietro al muro che Israele ha costruito in Cisgiordania; è un muro di annessione. Significa che terra arabile, le principali risorse idriche, I bei quartieri attorno a Gerusalemme e a Tel Aviv, le colline, e così via. Si prenderanno la Valle del Giordano, che è circa un terzo della Cisgiordania, dove impiantano colonie dalla fine degli anni '60. Poi costruiranno un paio di super-autostrade – ce n'è una ad est di Gerusalemme per la cittadina di Ma'aleh Adumim, costruita per la maggior parte negli anni '90: gli anni di Oslo. È stata costruita sostanzialmente per dividere la Cisgiordania. Ve ne sono altre due su a nord: comprendono Ariel, Kedumim ed altre cittadine, e di base sezionano quel che resta. Metteranno posti di blocco ed ogni mezzo di vessazione nelle altre aree; la popolazione che rimasta sarà divisa in ghetti, non in grado di vivere una vita decente; se se ne vogliono andare, splendido. In alternativa, saranno figure pittoresche per i turisti – sì, qualcuno che conduce una capra su una collina, laggiù – mentre gli israeliani, coloni compresi, percorreranno in auto autostrade “solo per israeliani”. I palestinesi possono arrangiarsi con una qualche stradina da qualche parte, in cui cadi nello wadi (valle) se piove. Lo scopo è questo. Ed è esplicito. Non li si può accusare di imbroglio perché è esplicito. E qui lo si applaude.
DOSSANI: In termini di sostegno USA, la scorsa settimana il Consiglio di Sicurezza dell'ONU ha adottato una risoluzione che chiede il cessate il fuoco. È un cambiamento, soprattutto alla luce del fatto che gli USA non vi hanno posto il veto, ma si sono astenuti, permettendo che passasse?
CHOMSKY: Subito dopo la guerra del 1967, il Consiglio di Sicurezza aveva forti risoluzioni di condanna per l'iniziativa israeliana ad espandersi e ad impadronirsi di Gerusalemme. Israele le ha semplicemente ignorate: gli USA danno loro dei buffetti affettuosi, dicendo “andate avanti, violatele”. C'è una serie continua di risoluzioni, da allora ad oggi, che condannano le colonie: – come Israele sapeva e come tutti concordano, violano le convenzioni di Ginevra. Gli Stati Uniti o pongono il veto o votano talvolta a favore, ma con una strizzatina d'occhio che significa: “andate avanti comunque - noi pagheremo le spese, e vi daremo l'appoggio militare”. È così sistematicamente. Durante gli anni di Oslo, ad esempio, la costruzione di colonie è aumentatata di continuo, violando ciò che, si supponeva, era in teoria l'obiettivo dell'accordo. In effetti, l'anno di picco per la colonizzazione è stato l'ultimo di Clinton, il 2000. Dopo, si è continuato ancora. È aperto ed esplicito.
Per tornare all'argomento della motivazione, hanno un controllo militare sulla Cisgiordania sufficiente a terrorizzare la popolazione, in modo che sia passiva. Ora il controllo è accresciuto dalle forze collaborazioniste, addestrate dagli USA, dalla Giordania e dall'Egitto per sottomettere gli abitanti. In effetti, a guardare i giornali delle ultime due settimane, se c'è una dimostrazione in Cisgiordania a sostegno di Gaza, le forze di sicurezza di Fatah la schiacciano: sono lì per quello. Fatah oggi funziona all'incirca come la forza di polizia israeliana in Cisgiordania. Ma questa è solo una parte dei territorio palestinesi occupati: l'altra è Gaza, e nessuno dubita che formino un insieme. E vi è ancora resistenza a Gaza, quei missili. Allora vogliono anche spegnere quella: così non ci sarà più resistenza affatto, e potranno continuare a fare quel che vogliono senza interferenze – ritardando nel contempo il più possibile la diplomazia, e “costruendo i fatti” esattamente come desiderano. Di nuovo, questo riporta alle origini del sionismo. Varia, naturalmente, a seconda delle circostanze, ma la politica fondamentale è la stessa, ed è perfettamente comprensibile. Se vuoi impadronirti di un Paese in cui la popolazione non ti vuole, voglio dire, come altro si può fare? Come è stato conquistato questo Paese?
DOSSANI: Quel che descrive è una tragedia.
CHOMSKY: È una tragedia che si costruisce proprio qui. La stampa non ne parlerà, e nemmeno, in linea di massima, il mondo della cultura, ma il punto centrale è che sul tavolo, all'ordine del giorno, c'è da 30 anni un accordo politico. Vale a dire un accordo a due stati sui confini internazionali, forse con alcune modifiche reciproche al confine. C'è ufficialmente dal 1976, quando c'è stata una risoluzione del Consiglio di Sicurezza, proposta dai principali stati arabi e sostenuta dall'OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), all'incirca in quei termini. Gli Stati Uniti vi hanno posto il veto; così resta fuori dalla storia, ed è continuato, quasi senza cambiamenti, da allora.
C'è stata in effetti una modifica significativa. Nell'ultimo mese della presidenza Clinton, nel gennaio del 2001, vi erano stati negoziati fra Israele ed i palestinesi, che gli USA avevano autorizzato pur senza parteciparvi: erano arrivati molto vicini ad un accordo.
DOSSANI: I negoziati di Taba?
CHOMSKY: Sì, i negoziati di Taba. Le due parti erano arrivate molto vicino ad un accordo; sono stati interrotti da Israele. Ma quella era stata l'unica settimana, in più di 30 anni, in cui gli Stati Uniti ed Israele avevano abbandonato la posizione di rifiuto. È un vero omaggio ai media e ad altri commentatori, che riescano ad imporre il silenzio sull'argomento. Gli USA ed Israele sono da soli, in questo. Nel consenso internazionale sono inclusi in pratica tutti: sono comprese la Lega Araba, che è andata oltre quella posizione e ha chiesto di normalizzare i rapporti, e Hamas. Ogni volta che vedi Hamas sui giornali, sta scritto “Hamas, sostenuto dall'Iran, che vuole distruggere Israele”. Prova a trovare una frase che dica “Hamas, eletto democraticamente, che chiede un accordo a due stati”, come fa da anni. Bene, sì, quello è un buon sistema di propaganda. Persino nella stampa USA hanno talvolta permesso editoriali di leader di Hamas, Ismail Haniya ed altri, che dicono: “Sì, come tutti gli altri, vogliamo un accordo a due stati sui confini internazionali”.
DOSSANI: Quando ha adottato Hamas quella posizione?
CHOMSKY: È la loro posizione ufficiale, presa da Haniya, il leader eletto, e da Khalid Mesh'al, il loro leader politico in esilio in Siria: ha scritto la stessa cosa. E si ripete di continuo. Non vi è alcun dubbio sull'argomento, ma l'Occidente non vuole stare a sentire. Laonde per cui, è Hamas che si è impegnato a distruggere Israele.
In un certo senso lo sono, ma se Lei andasse in una riserva indiana negli Stati Uniti, sono certo che molti vorrebbero vedere la distruzione degli USA. Se andasse in Messico e facesse un sondaggio, sono sicuro che non riconoscono il diritto statunitense ad esistere su metà del Messico, terra conquistata in guerra. E questo è vero in tutto il mondo. Ma sono disposti ad accettare un accordo politico. Israele no, e gli Stati Uniti neppure; sono gli unici a tener duro. Dal momento che in pratica sono gli Stati Uniti a far girare il mondo, tutto è bloccato.
Qui lo si presenta sempre come se gli Stati Uniti dovessero impegnarsi di più: sono mediatori onesti, il problema di Bush è di aver trascurato troppo la questione. Non è quello il problema. Il punto è che gli Stati Uniti si sono impegnati moltissimo: a bloccare un accordo politico, fornendo il sostegno materiale, ideologico e diplomatico ai programmi espansionistici, che sono semplicemente criminali. La corte mondiale all'unanimità, giudice americano compreso, si è accordata nel dire che ogni spostamento di popolazione nei Territori Occupati viola una legge internazionale fondamentale, le Convenzioni di Ginevra. E Israele è d'accordo. In effetti, persino i loro tribunali sono d'accordo: semplicemente, vi sgusciano attorno in varie vie traverse. Così su questo non si discute. Negli Stati Uniti è più o meno accettato che siamo uno stato fuorilegge. A noi la legge non si applica. È per questo che non se ne discute mai.
Testo inglese in http://www.chomsky.info/interviews/20090116.htm
Traduzione: Paola Canarutto
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Abbiamo appena pubblicato questo bel libro curato dall’amico Jeff Halper , fondatore dell’ICAHD, sull’ Occupazione dei Territori come problema centrale per una risoluzione pacifica del conflitto israelo-palestinese. Il libro presenta un apparato di mappe a colori veramente utile e interessante che permette di orientarsi rispetto alla complessa geografia dei Territori Occupati, delle Colonie, dello stato d’Israele nei vari momenti della sua storia in relazione a risoluzioni, accordi, conquiste, cessioni…Di seguito vi riporto la scheda e le informazioni per l’acquisto. Inoltre chiunque volesse organizzare presentazioni e momenti di dibattito si faccia avanti e avrà il nostro sostegno e collaborazione.
E’ ancora possibile uno Stato palestinese dopo anni di continua espansione degli insediamenti, la costruzione delle autostrade riservate, l’innalzamento di un muro gigantesco?
Ma cosa potrà succedere quando i palestinesi si convinceranno che non c’è più speranza per un loro Stato?
…questo libro è pensato per aiutare i sostenitori della “pace giusta” a reinquadrare il conflitto rimettendo l’Occupazione al centro del dibattito, un passaggio necessario per la costruzione di una campagna internazionale efficace. Suggerisce inoltre che una pace giusta prevede uno scenario “win win”, in cui cioè entrambe le parti escano vincenti, e possano fruire delle proprie libertà collettive ed individuali, in una regione che possa finalmente fiorire all’insegna della sicurezza e dello sviluppo economico.
Per quanto l’immagine che tracciamo sembri talvolta cupa, questo non è un libro disfattista.
Ogni occupazione, ogni condizione di oppressione può essere fermata…
per acquistare:
Ostacoli alla pace
168 pagine, 12 euro
Prezzo speciale per gli abbonati: 10 euro
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Si può richiederlo direttamente a una città
(tel 0543.21422 fax 0543-30421 - unacitta@unacitta.it) o acquistarlo via internet (www.unacitta.it)
dalla PREFAZIONE:
“…Va anche detto che gli israeliani non sanno quasi nulla del sistema crudele e kafkiano in cui i palestinesi sono costretti a vivere. Uri Savir, Direttore Generale del Ministero degli Esteri sotto Rabin e Peres, ha “scoperto” questa realtà solo quando il processo di Oslo era già in fase avanzata. Savir scrive:
“Le negoziazioni [con i palestinesi ad Oslo, nel 1995] sui poteri esercitati da Israele su un’intera generazione mi hanno spalancato un intero mondo. Nel corso degli anni, gli israeliani si sono cullati nel mito di una “occupazione illuminata”. Sapevo bene che si trattava di una contraddizione in termini, ma non sapevo -e temo che pochi altri israeliani ne fossero a conoscenza- quanto profondamente abbiamo invaso le esistenze dei nostri vicini palestinesi. Abbiamo messo a tacere questa consapevolezza, al punto da essere diventati i primi conquistatori della storia dell’umanità a sentirsi conquistati a propria volta. L’immagine che proiettiamo di noi stessi come società umana, eterna vittima della storia, così come l’antagonismo arabo, ci hanno impedito di vedere cosa stesse davvero accadendo nei Territori. Ciò che ho scoperto [a Oslo] è che i palestinesi non potevano costruire, lavorare, studiare, acquistare terra, coltivarla, intraprendere un’attività economica, fare una passeggiata notturna, entrare in Israele, andare all’estero, o visitare i parenti a Gaza, o in Giordania, senza un nostro permesso. L’apparato necessario a gestire questa piovra era immenso. […]
Alcune di queste restrizioni sono state introdotte per questioni di sicurezza del tutto legittime. Molte, però, erano anche il prodotto dell’inerzia di un mostro burocratico in continua espansione, nutrito da un budget senza limiti.
Nel corso dei ventotto anni dell’occupazione [sino al 1995], circa un terzo della popolazione palestinese dei Territori è stata, in momenti differenti, trattenuta o imprigionata da Israele. E l’intera popolazione palestinese è stata talvolta volgarmente umiliata. […]
La personificazione dell’occupazione, per molti palestinesi, era un ufficiale dell’Amministrazione civile chiamato Moskovitch. Si poteva costruire solo con il consenso di Moskovitch. Senza non era possibile, e finché Moskovitch non cambiava idea, potevi solo strapparti i capelli. Quest’uomo era divenuto un’istituzione. Quando finalmente l’ho incontrato -un uomo amabile, magro, religioso osservante- non mi ha dato l’impressione del tiranno. “Moskovitch è un brav’uomo” mi ha riferito uno dei suoi superiori. È proprio questo il problema -un brav’uomo che porti avanti gli ordini di una burocrazia insensibile ci mette in una situazione impossibile, perché in questa condizione il buon senso e la buona volontà non funzionano”. (Savir, 1999)
Gli antisemiti di oggi, secondo il ministro Frattini (e molti altri), sono coloro che denunciano il razzismo dello "stato ebraico". Vivano gli antisemiti!
Lorenz
Chi si ferma sulla via di Ginevra |
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| Scritto da Maurizio Matteuzzi |
| Martedì 10 Marzo 2009 00:45 |
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il Manifesto, 8 marzo 2009, I pagina
RAZZISMO
Negli Stati uniti cambiano (in meglio) le amministrazioni e in Israele i governi (se possibile in peggio) ma l'Italia è sempre la mosca cocchiera del servilismo più grezzo verso Washington e Tel Aviv. Il presidente Obama - sbagliando, a nostro avviso - ha annunciato il boicottaggio della imminente conferenza dell'Onu su razzismo e xenofobia per via di una bozza di documento finale dai connotati fortemente critici sulla politica israeliana rispetto ai palestinesi dei territori occupati. Con il Canada - la solita appendice -, il ministro degli esteri italiano Franco Frattini si è subito accodato.
L'allineamento di Frattini, il primo fra gli europei, ha avuto il plauso del portavoce del governo a Tel Aviv, delle lobbies filo-Israele degli Stati uniti, del presidente della comunità ebraica italiana e di quel bollettino dell'ambasciata israeliana che è diventato il Corriere della sera.
La crisi economica e la luna di miele hanno spinto Obama a entrare alla Casa bianca con piglio ciclonico. Vuol negoziare con l'Iran e perfino - l'ha detto ieri - con i taleban dell'Afghanistan. Forse un presidente americano infine si è reso conto che finché non sarà risolto il nodo israelo-palestinese non ci sarà pace in Medio Oriente e non si toglierà l'acqua al fondamentalismo islamico. Grazie a Obama a Washington l'aria è cambiata e anche il Congresso sembra essersene accorto. Il presidente della Commissione per gli affari giudiziari del senato ha proposto un'investigazione indipendente - chiamata «commissione per la verità» - sugli «eccessi» dell'amministrazione Bush nelle sue «guerre contro il terrorismo» - torture, carceri segrete, restrizione dei diritti civili, violazione dei diritti umani.
Alcuni di questi «eccessi» sono gli stessi di cui la bozza del documento finale proposto per la conferenza su razzismo e xenofobia del 20-24 aprile a Ginevra fa carico ai governi israeliani nei confronti dei palestinesi di territori occupati e di Gaza. «Una violazione dei diritti umani internazionali, un crimine contro l'umanità e una forma contemporanea di apartheid», «le discriminazioni razziali contro i palestinesi e i cittadini siriani del Golan occupato», «tortura, blocco economico, gravi restrizioni di movimento e chiusura arbitraria dei territori».
Deliri «anti-semiti» di libici, iraniani e cubani che presiedono il «Comitato preparatorio» e, per dirla chiara, non sono il massimo quanto alla garanzia dei diritti? No. Fatti, evidenza, prove, denunce sotto gli occhi di tutti. Di Amnesty (che anche ieri ha accusato Israele per la «wanton destruction», la distruzione deliberata e vandalica di «migliaia» di case durante l'offensiva a Gaza, ciò che per il diritto internazionale «qualifica un crimine di guerra»: un altro) e dell'americano Richard Falk, il rappresentante speciale dell'Onu sulla Palestina; dell'ex presidente Usa Jimmy Carter e dello svizzero Jean Zigler fino alla giudice sudafricana Navanethem Pillay, alto commissario delle Nazioni unite per i diritti dell'uomo.
Per quanto a presiedere i lavori per la bozza siano Libia, Iran e Cuba, non c'è traccia di anti-semitismo in quelle critiche e denunce. Non c'è neppure quell'equiparazione fra razzismo e sionismo che a Durban nel 2001, la prima edizione della conferenza dell'Onu sul razzismo, fece infuriare e ritirare Usa e Israele. A confondere i piani e rimestare nel torbido sono gli israeliani nell'infinito e sempre più disperato tentativo di usare l'impronunciabile parola «anti-semitismo» per impedire che si parli dell'occupazione coloniale e dell'apartheid sociale. E' il bollettino dell'ambasciata israeliana che un tempo era il Corsera con i suoi pasdaran Bernard Henry-Levy e P.G. Battista. E' il ministro Frattini a denunciare le «frasi razziste e anti-semite» per giustificare il boicottaggio italiano, smentito perfino da noti estremisti quali la Francia di Sarkozy e il Vaticano di Ratzinger. E' l'immarcescibile Piero Fassino che «non ha dubbi sulla necessità» di respingere quel testo e rimprovera al governo Berlusconi solo di aver preso un'iniziativa unilaterale indebolendo il fronte europeo anziché dire «veniamo solo se si è disponibili a emendarlo» (quali sono le critiche mosse a Israele nella bozza che Fassino trova false e antisemite?). Sfortunatamente è anche il fiammeggiante Obama che vuol negoziare con i taleban e vede con favore la commissione verità del Congresso Usa sugli eccessi di Bush ma continua a non vedere le bavures di Israele in Palestina.
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UNA CITTÀ n. 154 / marzo 2008 JEFF HALPER
LA PALESTINA IMPOSSIBILE
In Palestina si sta costruendo scientemente un regime di apartheid, cioè di separazione permanente fra due popolazioni in cui una domina l’altra; la colonizzazione dei territori è irreversibile e il muro è di separazione non di sicurezza; l’orribile politica di esproprio e demolizione di case palestinesi. Intervento di Jeff Halper.
Jeff Halper, ebreo americano, urbanista e già docente di antropologia all’Università Ben Gurion del Negev, si è trasferito in Israele negli anni ‘70, dove oggi vive con la famiglia e svolge il ruolo di coordinatore dell’Icahd (Israelian Committee Against House Demolition). Jeff Halper è stato in Italia recentemente per parlare dell’attuale situazione in Israele-Palestina e per promuovere la Campagna di Ricostruzione che ha preso avvio nel 2007, in occasione del 40° anniversario dell’inizio dell’Occupazione. Pubblichiamo il testo dell’intervento svoltosi presso il Dipartimento di Studi Politici dell’Università di Torino, il 12 dicembre 2007.
La mappa dell’apartheid
Quello che penso è che Israele stia cercando di imporre l’apartheid in Palestina, dove abbiamo oggi un apartheid di fatto. Si può definire l’apartheid come un sistema, un regime; non è semplicemente una via politica per raggiungere un obiettivo. Ci può essere discriminazione, anche in Italia, senza che vi sia apartheid.
L’apartheid è un regime con due elementi principali, uno è la separazione di una popolazione dall’altra, ed è questo il modo in cui Israele chiama la sua politica verso i palestinesi: separazione, in ebraico “afradà”. Perfino il nome ufficiale del muro non è “muro per la sicurezza”, ma “muro di separazione”. L’altro elemento è il dominio di una popolazione sull’altra.
Sono sessant’anni che Israele prova a creare uno spazio esclusivamente ebraico, praticamente dal 1947 quando le Nazioni Unite hanno assegnato allo stato ebraico il 56% della Palestina. Ilan Pappe, un noto storico israeliano, ha scritto un libro recentemente che si intitola La pulizia etnica della Palestina (The Ethnic Cleansing of Palestine, 2006, Ndr) e in questo libro mostra che lo scopo del governo israeliano fin dal 1947-48 è stato fare una pulizia etnica in tutto il territorio che sarebbe diventato uno stato ebraico.
Nel 1947 gli ebrei hanno avuto il 56% del territorio, pur essendo solo un terzo della popolazione. Anche con tutto questo, con questa divisione, il 45% degli abitanti dello stato ebraico era palestinese. Per aver anche solo questa parte del territorio come stato ebraico sarebbe stato necessario effettuare una pulizia etnica. Ma Israele voleva espandersi oltre questo spazio, ed effettivamente nel 1948 alla fine della guerra, si era allargato al 78% del Paese. Nel frattempo erano stati espulsi dal paese più di 700.000 palestinesi, sia dal territorio assegnato dalle Nazioni Unite sia da quello che sarebbe stato lo stato ebraico nel 1947-48.
Questa situazione era alla base dell’iniziativa politica della comunità internazionale ai tempi della “road map”. Questa è stata la soluzione accettata dai palestinesi dell’Olp, nel 1988, quando riconobbero Israele in questi confini, rinunciando al 78% del paese. Se Israele avesse davvero cercato pace e sicurezza, si sarebbero potuti avere vent’anni fa e invece ci siamo diretti verso quello che chiamiamo un “bantustan” in Palestina, in cui Israele si espanderà fino all’85% del paese, creando uno spazio quanto più possibile esclusivamente ebraico. Perché in realtà non lo vogliamo uno stato palestinese nella nostra terra, la terra di Israele. Ma come capitava in Sudafrica, se non vuoi uno stato bi-nazionale, devi far sì che nasca uno stato palestinese: la logica dei bantustan non è di riconoscere ai palestinesi i loro diritti ma di separarsi da loro, lasciando noi stessi in grado di controllare tutto il paese. Non solo lo controlliamo, lo dominiamo anche. Israele controlla i confini del territorio, rinchiude i palestinesi in quelli che chiamiamo cantoni. Controlla la terra agricola più fertile e l’acqua, controlla l’area della grande Gerusalemme, il cuore economico di qualunque stato palestinese. Controlla anche lo spazio aereo e la sfera delle comunicazioni.
E così vediamo emergere un regime di apartheid, non uso la parola come slogan ma in modo molto preciso. Perché l’apartheid, come dicevo, è un regime imposto su tutto il paese, basato sulla separazione delle popolazioni, con una delle due popolazioni che domina in modo permanente sull’altra. E’ in questa direzione che Israele sta andando, è molto chiaro. E si può comprendere come tutto questo sia stato pianificato negli ultimi 40 anni, basta guardare una cartina geografica. Se qualcuno sapesse dirmi come uno stato palestinese economicamente autosufficiente potrebbe emergere da una situazione come quella attuale dei Territori, meriterebbe il premio Nobel. Se si guardano Israele e i Territori su una cartina basata su quella che io chiamo la matrice di controllo si notano facilmente alcuni elementi. Il 90% dei palestinesi sono rinchiusi in aree denominate “A” e “B”. Le aree “A” sono quelle in cui si suppone che l’autorità palestinese abbia il pieno controllo, sono solo il 18% dell’intero territorio occupato. Dopo cinque anni dai negoziati di Oslo si può dire che i Palestinesi hanno avuto il 18% del 22% del territorio, perché insieme Cisgiordania e Gaza fanno il 22% del paese. Poi ci sono le aree “B” dove la società civile, le scuole e i comuni sono in mano ai palestinesi, ma la sicurezza è in mano israeliana. Insieme, le aree “A” e “B” fanno il 42% dei territori occupati, ma sono divise in 70 piccole isole, tutte circondate da posti di blocco fissi e mobili. Il restante 58% si chiama area “C”, è completamente controllato da Israele e circonda tutte le aree “A” e “B”. Nell’area “C” Israele ha 250 colonie: c’è mezzo milione di israeliani che abita i territori occupati nei “blocchi” di colonie. Questo è quello che Israele vuole mantenere, il minimo di quello che Israele vuol tenere. Allora, noi abbiamo bisogno di uno stato palestinese, quindi dobbiamo dare loro del territorio, ma con questi sette blocchi di colonie possiamo controllare completamente la popolazione palestinese.
Uno di questi blocchi di colonie è nella valle del Giordano, da dove Israele controlla il confine e tutta l’acqua. Poi c’è il blocco di Ariel che divide la Cisgiordania da est a ovest. Giusto in mezzo c’è la città di Ariel, proprio sopra la più grande falda acquifera della Cisgiordania. Un terzo blocco di colonie si chiama blocco di Modin, connette Ariel a Gerusalemme e sta intorno alla città di Modin che, a cavallo della Linea verde, è stata costituita come una grande città di Israele. Ci sono poi tre blocchi di colonie che formano quella che noi chiamiamo la Grande Gerusalemme, quindi Gerusalemme da una città si è trasformata in una grande regione. Questa Grande Gerusalemme isola anche la Gerusalemme Est, palestinese, dal resto del territorio palestinese. Secondo la banca mondiale, il 40% dell’economia palestinese gira intorno a Gerusalemme, questo fatto vincola l’attività economica di qualunque stato palestinese. Infine, c’è un settimo cantone, un blocco di insediamenti a sud che è la colonia di Hebron.
Quello che è importante sottolineare è che tutto questo non si può spiegare con motivi di sicurezza, che è il modo in cui Israele presenta le questioni: tutto dipende dalla sicurezza, dalla lotta contro il terrorismo e dall’autodifesa. Ma questa, come si potrà comprendere, è una strategia in cui è Israele che fa il primo passo, per controllare. Israele non ha messo insieme 250 colonie per sicurezza e non l’ha mai detto che il motivo delle colonie è la sicurezza. Questo è solo un modo attivo di reclamare tutto il paese. Non si possono spiegare i blocchi di colonie con la sicurezza, ma si possono spiegare con il tentativo di controllare. Ci sono 29 autostrade, costruite durante gli anni di Oslo, per connettere le città israeliane alle colonie e sono a uso esclusivamente degli israeliani, non sono state costruite per motivi di sicurezza ma per avere un’infrastruttura israeliana in tutta la Cisgiordania.
L’idea dei due stati è basata su una concezione geografica Nord-Sud, cioè con uno stato palestinese a fianco di uno stato israeliano. Per distruggere questa concezione, Israele ha cominciato a costruire lungo la direzione Est-Ovest, e a riconfigurare tutto il paese. Così Gerusalemme è oggi nel centro del paese, mentre prima era al margine. Non è solo questione di smantellare un insediamento o spostarne un altro, in questo modo Israele controlla l’intero territorio.
Questo è importante perché Israele cerca di presentare le sue azioni come se facesse tutto per autodifesa e se Israele è la vittima, non si può ritenerlo responsabile dei suoi atti, qualunque cosa faccia è giustificabile. La prospettiva cambia se si riesce a dimostrare che Israele è la parte forte, che occupa e che cerca di controllare tutta la situazione; allora si può ritenere Israele responsabile dei suoi atti sia per la legge internazionale che per la legge umanitaria.
La demolizione e la ricostruzione
Io sono a capo del “Comitato israeliano contro la demolizione delle case” (Icahd). Abbiamo scoperto che il problema della demolizione delle case è uno strumento molto potente per ripresentare il conflitto. Dal 1967 Israele ha distrutto qualcosa come 18.000 case palestinesi nei territori occupati e nel 95% dei casi non c’era alcuna relazione con questioni di sicurezza. Le case sono distrutte o quando Israele invade l’area “A”, come a Nablus, Jenin o Gaza, oppure perché Israele rifiuta di concedere i permessi per costruire abitazioni. Israele si vuole presentare come stato democratico, per cui non ammetterà mai di non concedere agli arabi di costruire case. Occulta questa politica con leggi e pianificazioni. Israele ha definito tutto il territorio come “terreno agricolo” e Gerusalemme Est come “spazio verde aperto”. Così quando un palestinese chiede di costruire un’abitazione gli si risponde: “Ci piacerebbe tanto, ma questo è terreno agricolo”. Questo però non impedisce a noi di costruire 250 colonie, perché noi stiamo dentro il comitato di pianificazione; cambiare legalmente lo status di una zona da agricola a residenziale è facile. In un paio di minuti vi spiego come avviene una demolizione, così ci facciamo anche un’idea di come funziona l’occupazione.
Vi racconto la storia della famiglia di Salim Shawamreh, del villaggio di Anata in Cisgiordania, di sua moglie Arabiya e dei loro sette bambini. Salim ha comprato un pezzo di terra vicino a Gerusalemme e ha chiesto quattro volte all’amministrazione civile israeliana il permesso di costruire. Ha visto per quattro volte la domanda respinta e la pratica ogni volta gli è costata 5000 euro. Allora, come altre migliaia di famiglie palestinesi è stato costretto a costruire illegalmente, cioè senza permesso. Ha avuto così immediatamente un ordine di demolizione dall’amministrazione civile. Ci sono decine di migliaia di ordini di demolizione contro abitazioni palestinesi. Solo a Gerusalemme Est ce ne sono 22.000: un terzo delle case palestinesi a Gerusalemme ha l’ordine di demolizione. La speranza dei palestinesi è che, nonostante l’ordine, non giungano ad abbattere la casa se non fra un anno, fra cinque, o magari mai. In effetti, la famiglia di Salim e Arabiya ha vissuto nella propria casa per cinque anni. Certo, non sono stati cinque anni sereni, per l’ansia, la paura e la tensione che arrivassero a demolire la casa. Possono arrivare in qualunque momento. Ho sentito donne palestinesi che mi dicevano: “La prima cosa che faccio al mattino è guardare dalla finestra se non ci sono i bulldozer e i soldati, se non ci sono mi alzo, mi vesto, sveglio i bambini e preparo la colazione”.
Un giorno, dopo cinque anni che abitavano lì, hanno sentito bussare alla porta all’ora di pranzo. I funzionari dell’amministrazione civile israeliana arrivano armati, ma in abiti civili, perché Israele non vuol far vedere che è in atto un’occupazione militare. In realtà Israele nega che ci sia un’occupazione, l’idea di base è che questo è il nostro paese, come fai a occupare un paese che è tuo? Ora, non so come siano i funzionari civili in Italia, ma ai palestinesi appaiono molto torvi e minacciosi. Quando Salim ha aperto la porta gli è stato chiesto “Questa è casa tua?”. “Sì che è casa mia”, ha risposto Salim. “No, non è casa tua -gli è stato detto- adesso è casa nostra. Hai 15 minuti per tirare fuori tutte le tue cose perché la demoliamo”. Voi cosa fareste in questo caso? Non credo che direste: “Ok, aiutatemi a trasportare fuori il tavolo della cucina”. Piuttosto penso che protestereste, urlereste, chiedereste aiuto. Ma nel momento in cui cominci a protestare la tua diventa “resistenza”. Quel giorno assieme ai “funzionari civili” c’erano più di 100 soldati, Salim fu picchiato e buttato fuori di casa. Ma qui, di nuovo, non c’è nessun elemento di sicurezza: Salim non è un terrorista e non è mai stato accusato di alcunché.
Una delle domande che dobbiamo farci è: “Se questa casa non è stata demolita per motivi di sicurezza, perché è stata demolita?”. Questa domanda aiuta a re-inquadrare il conflitto e a far sì che la gente cominci a chiedersi cosa stia realmente accadendo.
Durante lo sconquasso Arabiya è riuscita a chiudersi dentro coi bambini. I soldati allora hanno gettato gas lacrimogeno dentro la casa, dalla finestra, per far sì che la famiglia uscisse. Non so se avete mai avuto contatto con gas lacrimogeno, averlo in casa è soffocante. Arabiya fu portata via incosciente, mentre i bambini gridavano e scappavano da tutte le parti. Parte della nostra resistenza come israeliani è di opporci alle demolizioni. Ci mettiamo davanti ai bulldozer e ci incateniamo nelle case. Lo facciamo sia per resistere che per guadagnare tempo, perché contemporaneamente chiamiamo giornalisti, funzionari esteri e ambasciatori affinché vengano a vedere cosa succede. Inoltre, dato che l’amministrazione civile viene a demolire dieci case, se dopo la prima o la seconda demolizione riusciamo a creare trambusto magari salviamo le restanti sette o otto abitazioni. Veniamo regolarmente arrestati, tutte le volte. Ma poiché siamo ebrei israeliani la nostra posizione è privilegiata: non ci picchiano, non ci sparano e non ci mettono in prigione, quindi possiamo resistere in questi modi, difficili da usare per i palestinesi.
Con noi c’è anche un gruppo che si chiama “Rabbini per i diritti umani”, sono 100 rabbini israeliani che si oppongono all’occupazione. Alla fine, però, la famiglia è portata fuori dalla casa e anche noi siamo portati fuori. L’amministrazione poi delega il compito della distruzione a ditte private. Si può far domanda all’amministrazione civile e se si vince l’appalto si può essere pagati per demolire case. Prima della demolizione, tutto viene buttato fuori: le carte, le foto, tutto quello che c’è in un’abitazione. Non è solo una rovina economica -nella maggior parte dei casi gli abitanti espulsi sono poveri- è anche un’umiliazione, un trauma, una violenza, e questo riguarda 18.000 famiglie. Alla fine arriva il bulldozer a demolire e qui c’è una tragedia dentro la tragedia: il guidatore del bulldozer che ha abbattuto la casa di Salim era un palestinese, semplicemente lavorava per una ditta demolitrice, dove un giorno vieni mandato a costruire una strada e il giorno dopo l’ordine è: “Vai a demolire una casa”. Questo lavoratore conosceva Salim, potete immaginare cosa gli passasse per la testa mentre distruggeva la casa di un amico. Durante la demolizione, accorrono sempre anche i vicini. Un vicino di Salim, che si chiama Mohamed, ha visto la sua casa distrutta in seguito, circa due anni fa.
Dopo la demolizione una delle cose che facciamo come comitato per resistere è di ricostruire le case. La mezzaluna rossa, come fa anche la croce rossa, offre una tenda alla famiglia per poter viverci dentro. Noi appena possibile portiamo israeliani e palestinesi a ricostruire la casa demolita.
Negli ultimi anni abbiamo ricostruito 135 case, ma sia chiaro: ricostruiamo come atto di resistenza politica, non come atto umanitario. Se lo facessimo come puro atto umanitario, i palestinesi non ce lo permetterebbero. Il punto centrale è che la casa non è stata distrutta da un terremoto o da un’inondazione, ma per un atto politico. Arabiya ha ricostruito la sua casa con donne israeliane. Questo è un modo molto importante di resistere ma è anche un modo per ricostruire la pace. E’ molto politico, perché facciamo vedere come funziona l’occupazione, però è anche un gesto di solidarietà con famiglie molto spaventate che hanno perso tutto; è un gesto “speciale” se arrivano gli israeliani a ricostruire e per i palestinesi è importante perché hanno la possibilità di svolgere un ruolo attivo, anziché disperarsi soltanto. E poiché il nostro è un agire politico, lavoriamo soltanto attraverso organizzazioni palestinesi.
Il modo in cui Israele decide di distruggere le case è del tutto arbitrario: ci sono migliaia di abitazioni da demolire. A volte arrivano subito a distruggere la casa che abbiamo ricostruito, altre volte la casa resta lì. Nel caso di Salim e Arabiya, il muro portante della nuova casa non era ancora asciugato quando, il giorno dopo, alle quattro e mezza di mattina, i soldati sono ritornati e la casa è stata demolita per la seconda volta. Ma noi abbiamo ricostruito di nuovo, come facciamo sempre, perché non lasceremo che sia l’occupazione a vincere.
Abbiamo ricostruito una nuova piccola casa che è stata demolita di nuovo, ma questa volta, la terza, è stata abbattuta con un caterpillar e hanno portato anche un martello pneumatico per distruggere le fondamenta, perché non potessimo ricostruire. Noi invece abbiamo ricostruito di nuovo, assieme ad altri amici: il comitato Gush Shalom, le Donne in nero, il comitato di difesa palestinese, Peace now, il “Christian Peace Making Team”, gruppi di ogni genere si riuniscono per ricostruire le case. Ma poi la casa è stata demolita di nuovo. E’ stata demolita quattro volte e ogni volta l’abbiamo ricostruita.
L’ultima volta che abbiamo ricostruito la casa di Salim e Arabiya è stato nel 2003. Da allora è diventata molto famosa, ci hanno fatto dei film, è stata raccontata sui media di tutto il mondo, dal 2003 questa casa resta in piedi. C’è sempre un problema però: la casa c’è, ma la famiglia non ci può vivere dentro, perché ha la residenza a Gerusalemme mentre la casa è in Cisgiordania. Se vanno a vivere in Cisgiordania, Salim perde la residenza a Gerusalemme e di conseguenza anche il lavoro. Fino a che la famiglia non era conosciuta poteva fare quel che fanno molte famiglie palestinesi: mantenere un indirizzo a Gerusalemme e vivere appena fuori città, dove costa meno.
I palestinesi non possono tirare avanti senza dire bugie, abbiamo criminalizzato ogni aspetto della loro vita, il che è una cosa terribile. La famiglia era diventata nota a tutti, così non hanno più potuto fare questo gioco e alla fine hanno deciso di usare il loro edificio come centro internazionale.
Ora si chiama “Beit Arabiya”, cioè “Casa di Arabiya”, dal nome della signora, la padrona di casa, che l’abitava. La casa è stata dedicata a due donne che hanno perso la vita a causa delle demolizioni: una è la giovane americana Rachel Corrie, travolta a Gaza da un bulldozer; l’altra è una signora palestinese che si chiamava Nuha Sweidan, aveva 10 figli ed era in gravidanza, è stata uccisa quando le hanno demolito la casa mentre lei era a letto.
Sulla parete di “Beit Arabiya” c’è un murales che riproduce armi distrutte, cannoni fuori uso, un caterpillar inutilizzabile, con sullo sfondo lavoratori israeliani e palestinesi che lavorano insieme.
Il muro della separazione
Vorrei parlare ancora di un elemento dell’occupazione: il muro che Israele costruisce è alto otto metri, il doppio del muro di Berlino e cinque volte più lungo. Questo è l’elemento maggiormente tangibile fra quelli che mostrano come Israele crea i suoi “bantustan”. La logica del muro è chiara: l’obiettivo non è la sicurezza ma la separazione. Il muro contorna le aree “A” e “B” e quando incontra un blocco di colonie le circonda. Il muro non arriva fin lì per motivi di sicurezza e non va in linea retta come andava il muro di Berlino, fa delle enclavi e rinchiude decine di migliaia di famiglie palestinesi in prigione.
La città di Kalkilia, nel Nord della Cisgiordania, contiene 70.000 persone completamente circondate dal muro: è una punizione collettiva. E’ questo il motivo per cui l’Alta Corte di giustizia dell’Aja ha detto che il muro è illegale. Qui c’è una popolazione letteralmente rinchiusa dietro al muro senza essere colpevole di alcunché. Si vede allora che il muro non divide israeliani e palestinesi, passa in mezzo alle comunità palestinesi. Inoltre, è costruito in modo che gli israeliani non lo vedano, agli ebrei non piace ricordare i muri, così lo si costruisce dentro la comunità palestinese dove noi non lo vediamo mai. Per esempio, il muro passa anche attorno ad Abu Dis, dove non ci sono israeliani per chilometri: non c’è alcun elemento di sicurezza e non si può spiegare il percorso del muro con la sicurezza.
Io sostengo che è impossibile spiegare qualunque elemento dell’occupazione con la sicurezza. Il sistema israeliano è di creare un confine unilateralmente, mettendo un muro. Tutti si sconvolgono quando si chiama al boicottaggio accademico delle università israeliane, ma l’università di Al-Quds, l’unica università araba di Gerusalemme, ha un muro di otto metri che passa al suo interno e fa sì che docenti e studenti non possano arrivare in aula. Non capisco perché anche questo boicottaggio delle università palestinesi non sia un problema in tutto il mondo. Il muro va avanti, nelle aree rurali diventa una barriera elettrificata con strade per le pattuglie militari e trincee da ambo i lati. Si può immaginare il danno ambientale ed economico causato da questa barriera. Dove c’era una collina, un bosco, una piantagione di olivi, non si può più accedere da una parte all’altra, il danno economico ai palestinesi è enorme. Il muro assieme alle recinzioni secondarie occupa circa 75 metri.
Moltiplicando questo per 450 chilometri si ha un’idea del danno economico e ambientale causato dalla barriera. Se torniamo alla distribuzione dei bantustan, non è necessario essere professori universitari per capire: prendi le aree “A” e “B”, togli i blocchi di colonie e quello è il percorso del muro. Israele può ammorbidire le cose, potrebbe dare ai palestinesi un po’ di Valle del Giordano, ma ne dubito perché qui ci sono colonie molto importanti. Oppure potrebbe dar loro il deserto della Giudea e la mappa d’Israele potrebbe sembrare un poco meglio quando si apre il giornale al mattino. Ma la situazione è di apartheid, con Israele che in sostanza controlla tutto il paese.
E’ una situazione molto difficile, non pare esserci una soluzione anche se questo è un conflitto con implicazioni globali. Io sostengo che la soluzione dei due stati è morta, non c’è alcun modo in cui Israele possa essere forzato a tornare indietro e restituire ai palestinesi il 22% del territorio. Israele non avrebbe potuto fare tutto questo senza il silenzio complice della comunità internazionale. Israele ha fatto del territorio un solo paese. C’è un solo governo, un solo esercito, una sola economia, un solo sistema idrico e una solo rete elettrica.
Se la soluzione dei due stati è impossibile, facciamo allora un solo stato, questa è la logica che Israele sta promuovendo, ma a questo punto non si può più parlare di uno stato ebraico e di qui non si va avanti.
L’essenza del conflitto è che Israele vuole essere uno stato ebraico, vuole essere una democrazia e vuole tutta la terra. Ma di queste tre cose se ne possono avere solo due: puoi essere uno stato ebraico e una democrazia, più o meno, perché la popolazione ebraica è la maggioranza all’interno di Israele e quindi non puoi avere i territori occupati dove metà della popolazione è palestinese. Oppure, puoi avere uno stato ebraico in tutto il paese, ma non sarebbe una democrazia. Puoi avere una democrazia in tutto il paese, ma non potrebbe essere uno stato ebraico.
Questa è l’essenza del problema: la politica di Israele è di stare al centro di questo ipotetico triangolo, di non spingere verso nessuno dei tre vertici. E’ quello che chiamiamo “status quo”, va avanti da 40 anni, non significa che sia realmente uno “status quo”, perché in realtà andiamo avanti a costruire colonie, autostrade, a rafforzare l’occupazione. E’ lo “status quo” perché blocca ogni tentativo di negoziare una soluzione.
Al momento, dopo la conferenza di Annapolis, la sensazione di Israele è di avere un anno, quello che resta all’amministrazione Bush, per bloccare la situazione e inchiodarla. Se può presentarla come la soluzione dei due stati, secondo la “road map”, e se può trovare un collaborazionista palestinese che è d’accordo, benissimo è fatta, abbiamo vinto.
Se invece non è possibile, pazienza, torniamo allo “status quo” e proviamo ad andare avanti altri 40 anni. E’ questo il motivo per cui dico che re-inquadrare il conflitto è così importante, perché finché Israele riesce a presentare lo “status quo” come un problema di sicurezza e di terrorismo, nessuno lo obbligherà a fare alcuna concessione.
Politicamente essere la vittima è un’arma molto potente. Possiamo essere fortissimi, Israele è la quarta potenza nucleare al mondo, possiamo fare qualunque cosa vogliamo e nessuno ci ritiene responsabili perché noi siamo le vittime.
Parte della nostra lotta è re-inquadrare il conflitto, perché Israele sia considerato responsabile, in quanto potere occupante.
Quel che vorrei è che si facesse una campagna internazionale contro l’apartheid, siamo arrivati al momento per farla. Dopo 40 anni sappiamo esattamente dove Israele sta andando. Io penso che gli ebrei dovrebbero essere alla testa di un movimento anti-apartheid, l’idea che siamo noi i nuovi “afrikaner” del mondo fa abbastanza paura. E che Israele parli a nome delle comunità ebraiche di tutto il mondo è anche questo un problema, dato che le comunità ebraiche sono sempre state definite in termini di diritti umani e diritti civili.
Fonte: http://www.unacitta.it/intervista.asp?testo=&anno=2008&person=halper&argom=&id=1674
La lettrice anonima, mi scrive:
su un mio presunto razzismo antiarabo posso tranquillamente smentirti.
Veramente non hai smentito nulla non avendo dato nessun giudizio sulla Pulizia etnica della Palestina e sul sionismo.
07 Marzo 2009 - 00:30
Volevo solo metterti in guardia contro certe fastidiosissime convergenze ideologiche, le stesse sostanzialmente sottolineate da Razgul.
Veramente razgul mi ha detto che
1 Arianna e Comedonchisciotte son due siti cripto-fascisti senza fornirmi nessun argomento come prova, finora. E sto ancora aspettando che mi spieghi - detto senza nessuna ironia.
2 Che in quanto tali non dovrei attingere da loro
Io faccio osservare che se attingo da un sito, non significa che lo sposo. Se la notizia che riporto l'ho trovata lì e non altrove, e la ritengo degna, io la riporto. Punto. Quindi, se anche fossero siti cripto-fascisti, fascisti, sionisti, nazisti, ossia siti razzisti, io non mi farei problemi a riportare un articolo che ritengo degno e che non si trova altrove.
Tu, cara anonima, mi hai riportato degli articoli presi dal sito italiano di uno stato che pratica il negazionismo storico verso la Nakba, il terrorismo di stato e il razzismo entro e fuori i suoi incerti confini. Quindi, secondo il tuo ragionamento, io dovrei considerarti "convergente" con queste pratiche, se non tu stessa sostenitrice. Come la vedi?
Per quanto mi riguarda, me ne frego delle convergenze, a me interessa la ricerca della verità, e la verità non è appannaggio di certi siti o di altri a priori. Il principio di autorità per decidere cosa è giusto fare l'ho abbandonato uscendo dalla Chiesa cattolica, e non intendo riprendermelo per opera di commentatori o blogger a me interessati.
Quindi, ditemi tu e razgul cosa non vi convince dei pezzi che riporto, discutete nel merito, non della fonte, sennò a me sembrate dei dogmatici che non vogliono cercare la verità ma solo l'irrigidimento dei propri pregiudizi.
Se poi a te del fatto che la tesi della Shoah pilotata dagli ebrei contro altri ebrei ti sembra seria, se davvero non ti disturba il fatto che non solo Hamas la riprenda, ma che anche siti come questo
http://www.thule-toscana.com/documenti/Revisionismo/Sull_olocausto_la_manipolazione_sionista_continua/Sull_olocausto_la_manipolazione_sionista_continua.htm
Esattamente: non mi disturba per nulla che la riprenda Hamas, mi disturba chi scarta una tesi perchè "l'ha detta lui"! Fatti suora, se la pensi così, così dirai che obbedisci perchè l'ha detto il Papa.
La Shoah non è stata pilotata dagli ebrei sionisti, Manno dice che alcuni di loro vi hanno in qualche modo preso parte come ... diciamo collaborazionisti. Vogliamo discuterne?
Ecco il pezzo di Manno con le citazioni e le fonti:
Sull’alleanza sionismo-nazismo contro gli ebrei assimilazionisti: “Hitler tra qualche anno
sarà dimenticato, ma avrà un bellissimo monumento in Palestina. Sapete, la venuta dei
nazisti è stato un avvenimento piuttosto benvenuto. Vi erano tanti dei nostri ebrei tedeschi
che pendevano tra due sponde; tanti di loro navigavano nella corrente ingannatrice tra la
sponda di Scilla dell'assimilazione e quella di Cariddi di una conoscenza compiaciuta delle
cose ebraiche. Migliaia di loro che sembravano completamente perduti per l'ebraismo
furono riportati all'ovile da Hitler, e per questo io sono personalmente molto riconoscente
verso di lui” (Emil Ludwig intervistato da M. Steinglass, Emil Ludwig before the Judge,
American Jewish Times, aprile 1936, p. 35).
“L'hitlerismo ... ci ha reso per lo meno un servizio dal momento in cui non ha
tracciato una linea di demarcazione tra l'ebreo religioso e l'ebreo apostata. Se Hitler avesse
fatto eccezione per gli ebrei battezzati [al cristianesimo], avremmo assistito allo spettacolo
poco edificante di migliaia di ebrei che correvano a battezzarsi. L'hitlerismo ha forse
salvato l'ebraismo tedesco, che stava assimilandosi fino all'annichilimento” (Chaim Bialik,
Palestine and the Press, New Palestine, 11 dicembre 1933).
Sulla convergenza tra sionismo e nazismo circa uno stato fondato sulla purezza della
razza: “Uno Stato costruito sul principio della purezza della nazione e della razza (cioè la
Germania nazista, ndt) può solo avere rispetto per quegli ebrei che vedono se stessi allo
stesso modo” (Joachim Prinz, (1936), citato in Benyamin Matuvo, The Zionist Wish and
the Nazi Deed, Issues, (1966/67), p. 12).
“Vogliamo che l’assimilazione sia sostituita con una nuova legge: La dichiarazione di
appartenenza alla nazione e alla razza ebraica. Uno Stato costruito sul principio della
Manno : Sull'olocausto la manipolazione sionista continua
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purezza della nazione e della razza può solo essere onorato e rispettato da un ebreo che si
dichiara appartenente alla sua razza. Avendo dichiarato apertamente la sua appartenenza,
egli non sarà mai capace di un comportamento sleale verso uno Stato. Uno Stato, d’altra
parte, non può volere ebrei diversi da quelli che dichiarano la loro appartenenza alla
propria nazione. Non deve desiderare di avere ebrei che si fanno adulatori e strisciano
davanti ad esso (gli assimilazionisti, ndt). Uno Stato deve esigere da noi fede e lealtà ai
nostri propri interessi. Perché soltanto chi onora la propria razza e il proprio sangue può
avere un atteggiamento onorevole verso il volere nazionale di altre nazioni” (Joachim
Prinz, Wir Juden, Berlino, 1934, pp. 150-1).
I nazisti rispondono positivamente ai sionisti: “I membri delle organizzazioni sioniste non
devono essere, date le loro attività dirette verso l'emigrazione in Palestina, trattati con lo
stesso rigore che invece è necessario nei confronti dei membri delle organizzazioni ebraicotedesche
(cioè gli assimilazionisti, ndt)” (Circolare della Gestapo bavarese indirizzata al
corpo di polizia bavarese, 23 gennaio, 1935, Herzl Yearbook, vol VI, p. 340).
“Il momento non può più essere lontano ormai in cui la Palestina sarà in grado di
nuovo di accogliere i suoi figli che aveva perduto da oltre mille anni. I nostri buoni auguri e
la nostra benevolenza ufficiale li accompagnino” (Reinhardt Heyndrich, capo dei Servizi
Segreti delle SS, Das Schwarze Korps, organo ufficiale delle SS, maggio 1935).
Si tratta di un’alleanza ideologica bella e buona. Non solo. Sulla base della convergenza
ideologica che abbiamo delineato, sionisti e nazisti costruirono una pratica comune
finalizzata all’emigrazione degli ebrei tedeschi verso la Palestina (previa loro
sionistizzazione) e alla distruzione degli ebrei non sionisti e assimilazionisti. Izaak
Greenbaum, caporione dell’Agenzia Ebraica così si esprime nei confronti degli ebrei che
non volevano sionistizzarsi ed emigrare in Palestina: “Una mucca in Palestina vale più di
tutti gli ebrei d’Europa” e ancora: “Se chiedessero a me «Non si potrebbero usare i fondi
del United Jewish Appeal per soccorrere gli ebrei d’Europa?» Io ho già detto NO! e
ribadisco il mio NO! ... Si dovrebbe resistere a quest’ondata che pone le attività sioniste in
secondo piano” (suo discorso al Consiglio Esecutivo Sionista, 18 febbraio 1943, un anno
dopo che il summenzionato Jonathan Beck Chaim Pazner aveva ricevuto notizia, da fonte
tedesca, sui progetti nazisti riguardanti gli ebrei).
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trovino utile riproporre il testo che tu hai letto su internet, se ritieni fattibile partecipare con un intervento sulla "lobby sionista" in un convegno che prevede la presenza di Faurission, beh che vuoi che ti dica. Personalmente posso dirti le compagnie ideali che si raccolgono intorno a certe tesi e certi testi non le frequenterei. Naturalmente io non sono te.
Un anonimo che dice "io non sono te" suona come una presa per il culo...
Ritengo fattibile qualunque cosa, a priori. Nello specifico, io non sto sposando Manno nè le sue tesi, mi interessano i documenti che riporta. Alcune conclusioni a cui lui arriva, infatti, mi sembrano inaccettabili o sospette. Ma se poi Faurission è un negazionista, non per questo andare a un convegno con lui significa essere negazionisti, non per questo non bisogna leggere uno che partecipa a un convegno con lui (anche se sarebbe meglio distinguersi) : i documenti che riporta sono veri o falsi? Da qui occorre partire.
Dai retta a Razgul.
Dai retta a razgul? Ma chi ti credi di essere, mia madre? Ma pensa un po'!
07 Marzo 2009 - 00:34
fammi scrivere meglio:
"se riterresti fattibile partecipare con un intervento sulla "lobby sionista" in un convegno che prevede la presenza di Faurission, come Manno dice di avere fatto, beh che vuoi che ti dica." ecc. ecc.
Ti lascio anche qualche altra immagine orribile.
http://www.malas-noticias.com.ar/Hizbollah_Fotos_Saludos.htm
Grazie ma non perdo neanche più tempo.
brani che riporti non dimostrano mica (come tu sembri credere) che i nazisti ed i sionisti fossero d'accordo per commettere la Shoah. In effetti non sono necessarie e sufficienti a dimostrare quel che manno diceva, bensì dicono altro. Non te ne accorgi
Illuminami tu.
Lorenz
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Ps ho tolto il richiamo a Reszo Kastner: avevo letto solo parzialmente dei link e non ho trovato conferme a quanto scritto da Manno: gli ho spedito un email chiedendogli le fonti. Chiedo scusa per il disordine con cui scrivo i post ma sto scrivendo velocemente con mezzi di fortuna avendo il pc in panne.
Lorenz
Razgul nei commenti mi chiede se so che alcune mie fonti ossia Arianna e Comedonchisciotte sono cripto-fasciste. Rispondo qui per il buon motivo che... non riesco a scrivere nei commenti oggi! Splinder, o il mio pc, è al capolinea - temo la seconda.
No, non ne sono consapevole, e dovrei verificare quel che tu affermi. Il prefisso cripto- però mi fa insospettire. Cripto-fascista l'ho sentito dare (anche senza il cripto) a Travaglio, e a Di Pietro, che lui sostiene. Cosa vorrebbe dire? Che sono giustizialisti? Io sono d'accordo al 90% con loro sui temi della giustizia, quindi... se poi diamo del cripto-fascista a quelli dell'IDV, ricordiamoci che c'era Franca Rame, nell'IDV, e ora ci sono Pardi e Orlando. Insomma, dovremmo metterci d'accordo sul cripto-. Le altre volte che ho letto parole col cripto- erano riferite a dei presunti cripto-antisemiti: e si parlava di chi boicottava la Fiera del libro torinese. Io ero tra loro.
Veniamo ad Arianna. Non so nulla di Arianna. Nulla. E approfitto ora qui pubblicamente per chiarire nel dettaglio come e perchè arrivo a citare certe fonti.
Sono diventato un redattore di Peacelink, www.peacelink.it , la telematica della pace. E iscrivendomi nelle loro newsletter, ricevo molte segnalazioni. Ne ho ricevuta una sull'intervista a Mauro Manno, che però era in inglese. Allora vado su gogle, digito "Mauro Manno intervista", e voilà, ecco il link al pezzo da me riportato sotto. Ecco perchè Arianna, che credo di aver citato solo questa volta. Potevo prendere un altro link, ma uno vale l'altro, non conoscendoli. E poi: conta più Manno di Arianna. Manno l'ho letto la prima volta anni fa su www.khalasnews.splinder.com il blog di Diego Ianiro che parla di Palestina. Manno si occupa dei legami storici tra sionisti e nazisti. Un tema molto interessante, e misconosciuto. Non so sei sia "cripto-fascista", di certo non è filo-nazista.
Veniamo a Comedonchisciotte. La prima volta l'ho incontrato 4 anni fa perchè aveva riportato il mio primo pezzo scritto su Nazione Indiana: Esorcismi. Il pezzo parlava dell'assurdità dell'equiparazione tra svastica e falce e martello e poi, in controtendenza, diceva di riappropriarci dei simboli anzichè vietarli. Ancora oggi penso sia controproducente vietare la svastica, danneggiando peraltro gli indù europei. Credo sia meglio rivalutarla, renderla popolare e innocua, considerarla un simbolo religioso che ha subìto la perversione nazista.
Poi ho seguito Comedonchisciotte molto sporadicamente fino a questo inverno, quando mi sono iscritto. Ho chiesto lumi sulla linea editoriale, su come vengono selezionati per la pubblicazione i pezzi autografi degli iscritti. Mi ha risposto un redattore in modo un po' nebuloso, motivo per cui mi sono astenuto finora dallo scrivere un pezzo per loro, ma penso di farlo in futuro, con la curiosità di vedere se vengo censurato o meno. Sarà un pezzo di sinistra - senza cripto- - se lo farò.
Ho letto molto Comedonchisciotte quando c'era la carneficina di Gaza, e immagino tu ti riferisca al mio articolo per Nazione Indiana Ipotesi per la tonnara di Gaza http://www.nazioneindiana.com/2009/01/19/
ipotesi-per-la-tonnara-di-gaza#comments
quando dici che cito Comedonchisciotte, anche se credo di aver segnalato o riportato sul mio blog altri pezzi presi da quel sito a gennaio. Ritengo infatti il lavoro del sito davvero notevole a livello di controinformazione su Israele. Perchè Comedonchisciotte sarebbe cripto-fascista? Io non saprei dire. Non leggo i pezzi di economia di quel sito ma quelli sull'informazione e sulla politica, e non vedo come possano aver a che fare con il fascismo. Senza contare che sono quasi tutti traduzioni di pezzi scritti altrove.
Nel caso poi delle opinioni degli articoli che mi interessano di più, quelli su Israele, io mi ci ritrovo quasi completamente. Del resto, il primo pezzo da me letto su quel sito era una traduzione della biografia di Michel Warschawski, pacifista israeliano di estrema sinistra - e nel pezzo si diceva espressamente della sua militanza nel partito comunista israeliano negli anni sessanta: il primo partito a denunciare l'occupazione della Cisgiordania. Poi, i pezzi da me letti, apprezzati e citati sono quasi tutti tradotti dai redattori del sito da articoli in inglese presi da altri siti online. Quindi, dove sarebbe il peccato originale di cui parli?
Per esempio, in Ipotesi per la tonnara di Gaza, ho citato
-Un pezzo di DI ELIAS AKLEH di Desertpeace su Richard Falk
-Un'intervista dello stesso Falk al Guardian
-Un pezzo di DI MIGUEL MARTINEZ di Kelebek
-Un articolo di DI MICHEL CHOSSUDOVSKY per Globalresearch
-Un pezzo scritto da una blogger palestinese, questo: Titolo originale: "Ashkelon Built on Ruins of Ethnically Cleansed and Destroyed Al-Jura" Fonte: http://umkahlil.blogspot.com che citava il libro dello storico palestinese Khalidi, All that remains, un libro che ricostruisce storicamente come è avvenuta la pulizia etnica israeliana del 1947-48, chiarendo quali villaggi palestinesi distrutti (più di 500) si nascondono sotto i parchi e le città israeliane, come per esempio, Ashkelon e Sderot.
I redattori di Comedonchisciotte hanno avuto il merito di trovare questi articoli - come molti altri tra cui, da me non citato ma bellissimo, quello di Gilad Aatzmon sulla psicologia di massa degli israeliani - e di tradurli.
Dov'è il problema nel citarli?
Il problema semmai è che siamo sommersi dagli articoli vergognosi dei giornalisti italiani e da quelli di Oz, Yehoshua e Grossman, quando si parla di Israele e Palestina. O no?
Lorenz
Israele è uno stato democratico? Intervista a Mauro Manno
di Giovanna Canzano - 06/01/2009
Fonte: Arianna Editrice [scheda fonte]
…“Quale nazione avrebbe accettato la divisione del proprio territorio imposta dall’alto
fosse anche dall’ONU, (che allora, ricordiamolo, era costituito da un quarto degli stati attuali ed era sotto il controllo di USA e Unione Sovietica).
Se poi l’ONU avesse imposto anche l’applicazione della risoluzione 194 che chiedeva a Israele di permettere ai palestinesi cacciati con la forza di poter tornare, allora le cose sarebbero
andate molto diversamente. Ma Israele rifiutò la risoluzione…” (Mauro Manna)
CANZANO 1- Ebrei ‘ueber alles’. Sin dal 1948 con la nascita dello stato di Israele leggendo vari giornali vediamo la presenza ebraica in ogni settore della vita sia culturale che economica: guida e saggi e ‘uomini giusti’?
MANNO – Io non direi “Ebrei über alles”, semmai “sionisti über Alles”. Questa distinzione oggi è fondamentale. Studio da anni l’ideologia politica del sionismo per poter dire con certezza che la confusione su questo punto non è solamente errata, storicamente e politicamente, ma anche ingiusta verso quei tanti ebrei che sono stati le vittime del sionismo. Anche oggi ci sono ebrei che sono vittime del sionismo. Io di queste nuove vittime ne conosco alcune personalmente, e non mi sembra che siano “über alles”, sono invece certamente sotto il mirino dei sionisti. Vengono ostracizzate, perdono il posto all’università come è successo a Norman Finkelstein, l’autore de ‘L’industria dell’Olocausto’ oppure vengono isolate e messe in condizioni di lasciare non solo la cattedra universitaria ma anche i loro affetti e i loro amici in Israele ed emigrare in occidente, come è successo a Ilan Pappe, l’autore di ‘La pulizia etnica della Palestina’. Questi ebrei soffrono perché hanno il coraggio di proclamarsi antisionisti. Questo atto di rivolta contro il sionismo non costituisce solo il ripudio di quell’ideologia politica ma è anche il rigetto delle conseguenze storiche che la sua vittoria ha avuto, vale a dire, lo stato ebraico, Israele come stato ebraico. Gli antisionisti vogliono la fine dello stato d’Israele così come è stato edificato dai sionisti e si battono per la sua sostituzione con uno stato unico e democratico per tutti gli ebrei e tutti i palestinesi che si trovano all’interno dell’intera Palestina, cioè all’interno di Israele e dei territori occupati, Gaza compresa. Ma ciò non basta; essi sostengono anche il diritto al ritorno dei profughi cacciati nel 1948, come d’altronde sancisce la risoluzione dell’Onu n° 194, votata esattamente 60 anni fa (11 dicembre 1948) e mai applicata.
Ma attenzione! Chi conosce la sorte di queste nuove vittime del sionismo, cioè degli ebrei antisionisti, non deve dimenticare la sorte ben più tragica toccata agli ebrei assimilazionisti durante il II conflitto mondiale. Anch’essi erano contrari al sionismo, anch’essi sono stati le vittime del sionismo. Questa è la parte della loro storia che i sionisti vogliono assolutamente tenere nascosta. La loro lotta contro gli ebrei assimilazionisti, condotta in collaborazione con i nazisti e gli antisemiti.
Altro che “uomini giusti”, i sionisti sono gli uomini politici più ingiusti che ci siano mai stati, verso gli altri ebrei e verso i non-ebrei.
CANZANO 2- Gli ebrei assimilazionisti?
MANNO – Gli ebrei assimilazionisti sono quegli ebrei che vogliono assimilarsi, fondersi nella popolazione del paese dove sono nati. Per la legge rabbinica, l’halachà, è ebreo chi è figlio o figlia di madre ebrea o chi si converte al giudaismo. L’ebraicità dunque è trasmessa attraverso il sangue, dalla madre al figlio o alla figlia. Per le altre religioni non è così: il cristianesimo di un cattolico o l’islam di un musulmano non sono trasmessi attraverso il sangue. Per conservare questa peculiarità ebraica e per conservare l’ebraismo in generale è fondamentale che nella famiglia non ci siano matrimoni misti, con non-ebrei. Se un ebreo (non nato in Israele) ritiene che il fatto di essere figlio di madre ebrea non lo faccia ebreo, se rigetta la religione ebraica, se si considera un essere umano libero di scegliere un’altra religione o nessuna religione, se vuole vivere senza il peso del passato ebraico della sua famiglia, allora costui è un’assimilazionista. Vuole uscire dal chiuso mondo ebraico ed entrare nel mondo più aperto e libero dei non-ebrei. Costui quindi adotterà totalmente la cultura, la lingua, il modo di vita, la cucina, la tradizione, ecc. del paese in cui vive. Ne adotterà anche il destino. Non si sentirà obbligato a sposare una donna ebrea per cui i suoi figli non saranno più ebrei secondo l’halachà. Se educherà i suoi figli nello spirito in cui egli stesso è vissuto e se i suoi figli faranno anch’essi dei matrimoni misti, e così i figli dei suoi figli, allora, dopo poche generazioni i suoi discendenti non saranno più ebrei, saranno italiani, tedeschi, francesi ecc a tutti gli effetti. Il sionista Jabotinsky, che ovviamente aborriva l’assimilazione, così diceva: “Per giungere ad un’assimilazione vera …. [l’ebreo] deve produrre attraverso una lunga serie di matrimoni misti, in un periodo di varie decine di anni, un nipote-di un nipote-di un nipote nelle cui vene sia rimasta soltanto una minima traccia di sangue ebraico, perché solo quel nipote-di un nipote-di un nipote avrà la conformazione spirituale di un vero francese o di un vero tedesco”. Il matrimonio misto è alla base dell’assimilazione. Prima del II conflitto mondiale, i matrimoni misti erano in forte progressione; per esempio, nel 1929, in Germania, essi costituivano il 59% dei matrimoni; per contro i matrimoni puri, con entrambi i coniugi ebrei erano una minoranza, il 41%. Ciò spaventava i sionisti, che consideravano gli assimilazionisti alla stregua dei traditori. Quando i nazisti salirono al potere, le organizzazioni sioniste internazionali si affrettarono a collaborare con loro e conclusero dei patti per far emigrare solo i sionisti fuori dalla Germania (recuperando i loro averi) e avviarli nelle colonie palestinesi. Gli ebrei assimilazionisti non li interessavano e così li condannarono alla loro sorte. I sionisti non fecero nulla perché gli assimilazionisti tedeschi potessero emigrare in America o in altri stati occidentali, anzi bloccarono tutti i tentativi in questo senso. Più tardi, durante la guerra, estesero questa politica a livello europeo. Erano in corso eccidi e massacri di ebrei e loro trattavano per salvare solo i sionisti e quelli che volevano emigrare in Palestina, gli altri potevano morire. L’esempio di Rezso Kasztner, è illuminante. Questo sionista ungherese, nel 1944, contrabbandò la salvezza della sua famiglia e degli aderenti alle varie organizzazioni sioniste ungheresi - 1600 persone in tutto - in cambio della sua collaborazione e quella dei suoi seguaci per facilitare la deportazione ad Auschwitz di centinaia di migliaia di ebrei assimilazionisti.
Questa politica ha facilitato la quasi estinzione degli ebrei non-sionisti, quelli sulla via dell’assimilazione. I sionisti sono corresponsabili, con i nazisti di questo crimine. Ecco la ragione per cui oggi la maggior parte degli ebrei della diaspora si dichiarano sionisti e praticano i matrimoni tra soli ebrei.
CANZANO 3- Cioè una pulizia etnica tra gli ebrei e condotta dagli ebrei?
MANNO – Serberei il termine «pulizia etnica» a quello che i sionisti hanno fatto ai palestinesi nel 1948. Essi hanno ripulito la Palestina dai suoi antichi abitanti, come ha minuziosamente mostrato Ilan Pappe nel suo recente libro con quel titolo. Direi invece che c’è stata la volontà dei sionisti di liberarsi degli ebrei non-sionisti. Io ho parlato di corresponsabilità dei sionisti con i nazisti. Sono stati i nazisti a portare la morte mentre i sionisti hanno collaborato a vari livelli con i carnefici. Durante il II conflitto mondiale, i sionisti, in alcuni casi, sono giunti ad uccidere direttamente, il più delle volte, hanno denunciato altri ebrei, hanno spesso gestito i campi di concentramento, hanno convinto gli assimilazionisti a starsene buoni, a non ribellarsi, il tutto in cambio della salvezza dei loro seguaci sionisti, dei loro familiari e degli amici. Per quel che riguarda i loro seguaci, bisogna specificare che i capi sionisti non si sono nemmeno impegnati a salvarli tutti, ma solo i più giovani, cioè quelli che potevano combattere con le armi (in previsione della lotta contro gli inglesi e i palestinesi), cioè quelli che potevano lavorare per lo sviluppo delle colonie, quelli che potevano fare figli. I vecchi e i bambini sarebbero stati di peso. Nel 1937, Chaim Weizmann, futuro presidente di Israele, davanti alla Commissione Peel a Londra dichiarò con freddezza: “voglio salvare ... dei giovani [per la Palestina]. I vecchi passeranno. Sopporteranno il loro destino o non lo faranno. Sono polvere, polvere economica e morale in un mondo crudele ... Solo il ramo giovane sopravviverà. Dovranno accettarlo”. E qui si tratta di sionisti. Ben Gurion, parlando nel ’38, dei bambini (figli di sionisti e non-sionisti), disse: “Se sapessi che è possibile salvare tutti i bambini di Germania portandoli in Inghilterra e solo metà di essi portandoli in Eretz Israel, allora opterei per la seconda alternativa”. Ben Gurion sapeva che se gli assimilazionisti e le persone di buona volontà avessero dovuto scegliere “tra il salvare gli ebrei dai campi di concentramento” e il sionismo, “la pietà” avrebbe avuto “la meglio e tutta l’energia della gente” sarebbe stata “canalizzata verso il soccorso degli ebrei di vari paesi”; allora “il sionismo” sarebbe stato “cancellato dall’ordine del giorno non solo presso l’opinione pubblica mondiale, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, ma anche in ogni altro luogo nell’opinione pubblica ebraica”. Per i sionisti ciò non doveva accadere ed essi fecero di tutto perché non accadesse. Pensi che quando qualcuno disse a Yitzhak Gruenbaum – capo del Comitato di Soccorso (!!!) dell'Agenzia Ebraica in Palestina, nel 1943 quando gli eccidi erano cominciati, “Non costruite nuove colonie (…) sborsate il denaro per salvare gli ebrei della diaspora”, egli rispose: “Il sionismo passa sopra ogni altra cosa”. In un’altra occasione, sempre nel 1943, pronunciò la frase: “Una mucca in Palestina vale più di tutti gli ebrei in Polonia”.
E così i sionisti, alleandosi con i nazisti, si sono salvati, mentre i non-sionisti sono stati eliminati proprio in grazia di quella alleanza. Ed oggi i sionisti dominano su tutti gli ebrei e influenzano pesantemente i governi occidentali. Determinano la politica estera americana (vedi il libro di Mearsheimer e Walt). Per questo Israele è intoccabile e può fare tutto quello che vuole e non solo ai Palestinesi… Ma qui tocchiamo il problema della lobby sionista.
Canzano 4– Lobby sionista?
Manno– Per capirci, prendiamo l’esempio della lobby sionista in America, la lobby sionista più forte d’Occidente. Nella corsa dei due candidati americani alla Casa Bianca, tutti hanno potuto vedere in TV sia Obama sia il suo vice, Biden, sia i due perdenti McCain e la Palin correre a genuflettersi davanti all’organizzazione più potente della lobby, l’AIPAC. Questo era stato previsto da Mearsheimer e Walt e si è avverato puntualmente. I due candidati sono stati costretti a sottomettersi ad un accurato esame davanti ai giudici della lobby riguardo alle loro proposte politiche riguardanti Israele e ai posti di comando che essi erano disposti ad accordare a sionisti (ebrei o non ebrei) nella loro futura amministrazione. Tutti ricorderanno come Obama sia riuscito a spiazzare il rivale proclamando che egli appoggia la linea di “Gerusalemme unica e indivisibile capitale dello Stato ebraico”. McCain non si era spinto a tanto. Questa linea è ufficialmente condannata dalla comunità internazionale sulla base di una serie di risoluzioni dell’ONU. Israele prosegue nell’espulsione dei palestinesi (in gran parte di fede cristiana) dalla Città Santa e l’Occidente fa finta di niente pur mantenendo la posizione ufficiale dell’ONU. Adesso Obama, l’«uomo della pace» si è spinto dalla parte di Israele come nessun presidente lo aveva mai fatto. All’inizio sembrava che l’appoggio determinante della lobby andasse per McCain, poi le cose sono cambiate. Bisogna ricordare che il vice di Obama, Joe Biden, appena scelto, si è dichiarato “un ardente sionista” e non mi sorprenderebbe se non sia stato imposto a Obama proprio dalla Lobby. Poi Obama è riuscito a dare garanzie sicure e i favori (e i denari) della lobby sono affluiti dalla sua parte. Un colpo formidabile per i sionisti. Adesso la lobby avrà una politica pro israele e pro lobby portata avanti da un presidente popolare e non da una controfigura di Bush. I politici occidentali potranno fare anche loro una politica pro israeliana e pro americana (che è lo stesso) senza troppo scontrarsi con l’opinione pubblica. Il movimento pacifista è completamente spiazzato. Certo molto presto Obama distruggerà la sua immagine di uomo nuovo, diventando come la Rice o Powell, il nero di turno che serve gli interessi della lobby; ma alla lobby questo cosa importa, dal momento che ottiene ciò che vuole? In realtà l’immagine di Obama è già intaccata. La scelta della Clinton agli esteri, la scelta di Rahm Emanuel (il cui padre ha dichiarato di odiare gli arabi e di essere sicuro che il figlio agirà a favore di Israele) sono solo i primi segni. Un’altra cosa è riuscita ad ottenere la lobby. Dopo lo strapotere che Bush aveva accordato ad un’altra ala della lobby, agli screditati neocons (quasi tutti ebrei), gli strateghi sionisti hanno pensato di far fare la stessa politica di costoro a dei non-ebrei, ma di sicura fede sionista. Così dopo Biden, ecco ricomparire la Clinton (con la quale Obama all’inizio si era scontrato sulla politica estera e oggi gliel’affida). Hillary è un’altra sionista e si porta al Dipartimento di Stato la squadra ebraica del marito: La Madeleine Albright, Holbrooke, Dennis Ross, ecc. Stessa politica dei neocons ebraici ma portata avanti ufficialmente da non-ebrei. I sionisti non-ebrei sono per fortuna pochi ma sono i peggiori traditori del loro paese e mandano a morire giovani americani in guerre per rafforzare Israele, come è successo in Iraq.
Anche noi europei abbiamo la nostra lobby sionista comunque. Non ci facciamo illusioni.
CANZANO 5– Anche in Europa c’è la lobby sionista?
Manno – La lobby sionista si trova ovunque nel mondo dove ci sono sionisti. Se quest’ultimi fossero tutti in Israele le cose sarebbero più semplici ma c’è la Diaspora e tra gli ebrei della Diaspora ci sono molti sionisti. Già era nel programma del primo Congresso Sionista (1897) che i sionisti della Diaspora dovessero compiere i passi necessari “per ottenere dai diversi governi il consenso necessario alla realizzazione degli scopi del sionismo”. Ed è quello che essi sono riusciti a fare. Oggi, dopo la nascita di Israele, la lobby sionista americana e le varie lobby nazionali servono sempre gli “scopi del sionismo”, che però sono diversi rispetto a quando bisognava fondare lo stato ebraico. Dopo 60 dalla sua fondazione, Israele non ha fondamenti sicuri. La sua esistenza come “stato ebraico” è messa in discussione ed esso si mantiene solo con la forza. Essendo uno stato etnico che occupa terre altrui e opprime i palestinesi, senza rispettare la legalità internazionale, esso sa bene che è uno stato illegittimo. La lobby ha il compito di “legittimarlo” almeno in Occidente. L’Europa, almeno formalmente, si è impegnata in Medio Oriente con una posizione di equilibrio tra arabi e israeliani. Abbiamo grandi interessi nel mondo arabo. Nel 2004 ci sono stati i primi cambiamenti. Il Consiglio dell’UE approvò il “Piano d’Azione UE-Israele” e nonostante la pagella sconvolgente di Israele nel campo dei diritti umani, il Piano dichiarava che “L’UE e Israele condividono gli stessi valori di democrazia, rispetto di diritti umani e sovranità della legge e delle libertà fondamentali”. Il che non è assolutamente vero e sono pronto a dimostrarlo. Comunque il Piano fa anche peggio: dà la possibilità a Israele di “prendere parte in aspetti determinanti delle politiche dell’UE”. Diventeremo una colonia sionista.
“Dal 2006 la posizione dell’Europa cambiò ulteriormente. Prima ci fu un ammorbidimento delle critiche a Israele. Ciò avvenne su pressione di uno speciale “Comitato Ebraico Americano per L’Europa”. In esso vi è L’Aipac, l’ADL (lega antidiffamazione), l’American Jewish Congress, che si è distinto in modo particolare. A rispondere positivamente da parte dell’UE fu prima Prodi, poi la Ferrero-Waldner, infine Barroso. Prima del 2000 l’UE pretendeva che Israele ripagasse i danni alle infrastrutture costruite nei territori occupati coi denari europei, dopo, la Ferrero-Waldner e Barroso non pretendono più niente. Oggi esiste nel parlamento Europeo una struttura di circa 200 parlamentari “Amici Europei di Israele” che lavora per Tel Aviv. Questo sforzo è sostenuto da uomini d’affari ebrei di tutto il continente nonché da ebrei eletti nei vari parlamenti, come, in Italia, la Fiamma Nierenstein e l’avvocato Alessandro Ruben. Infine, con la presidenza UE alla Francia dell’ebreo sionista (lo ha dichiarato lui) Nicolas Sarkozy e la costituzione dell’Unione Mediterranea, il sionismo è ormai molto vicino ad ottenere l’accettazione e la legittimazione di Israele nel mondo arabo, tramite l’Europa. Attenzione, questa non è una politica di pace, come dicono i governanti europei. Se la legittimazione araba si realizzerà, Israele avrà mano libera per una politica militare, contro l’Iran, contro Hezbollah e i palestinesi, con il beneplacido dei paesi arabi. In questo quadro lo stato palestinese sarà una serie di piccoli bantustans completamente circondati, come Gaza. Solo la crisi economica dell’Occidente può fermare il conflitto. Se la crisi economica farà saltare il potere traballante dei governanti arabi corrotti, assisteremo ad una ripresa del terrorismo, delle rivolte, delle rivoluzioni dei popoli arabi frustrati.
CANZANO 6- Israele non è uno stato democratico?
MANNO – No. Non lo è. È uno stato etnocratico. Uno stato per soli ebrei. La democrazia nello stato ebraico vale solo per gli ebrei. Per i non-ebrei è una farsa. Immaginiamo per un attimo che in un paese multietnico in cui vi è un’amministrazione coloniale, un partito che rappresenta una particolare etnia ha in programma, dopo la fine del colonialismo, di costituire uno stato democratico su tutto il paese ma cacciando le altre etnie. Possiamo dire che il programma di questo partito è democratico? Per me è un programma razzista basato sulla pulizia etnica. Adesso immaginiamo che, finita la fase del colonialismo, a questo partito venga concesso di costituire il suo stato ma solo su una parte del territorio del paese e a condizione che anche su quel territorio non ci siano espulsioni etniche. Succede invece che lo stato viene fondato subito dopo l’espulsione della maggioranza degli abitanti da parte della minoranza, secondo il suo programma razzista iniziale. È uno stato democratico ma la democrazia doveva coinvolgere tutta la popolazione e non solo la minoranza che ha effettuato la pulizia etnica. Adesso succede che le istituzioni che rappresentano la legalità internazionale (per esempio l’ONU) chiedano a questo stato etnico di reintegrare gli espulsi e accordare loro pari diritti democratici. In risposta questo stato “democratico” (per la sola etnia che esso rappresenta) si rifiuta di farlo, anzi persevera nel suo programma iniziale di volere conquistare tutto il territorio del paese e di colonizzarlo con gente della sua etnia fatta affluire da altri paesi. Questa nuova espansione e questa nuova pulizia etnica non avvengono in modo fortuito ma sono sancite nei documenti fondanti dello stato “democratico”. Per esempio in essi vi si stabilisce che tutto il territorio del paese appartiene a tutti coloro che appartengono all’etnia giusta ovunque essi si trovino (e magari da migliaia di anni) e non appartenga invece agli espulsi che vi vivevano prima della fondazione dello stato etnico. È ancora uno stato democratico?
Non basta. Immaginiamo che in questo stato etnico è sopravvissuta una piccola minoranza dell’etnia sbagliata. Una minoranza in crescita demografica che costituisce circa un quarto della popolazione totale. Queste persone vengono trattate come cittadini di secondo grado, nelle attività economiche, nei tribunali, nella vita quotidiana, ecc., dove devono subire mille discriminazioni. La discriminazione più grave riguarda il possesso della terra. Lo stato si è assicurato, con un’altra legge fondante della “democrazia” etnica, che il 93% della terra del paese resti nelle mani dell’etnia giusta. La vendita di proprietà terriere (e immobiliari costruite su di esse) deve avvenire solo tra persone di questa etnia. È però possibile acquistare nuove terre di quel 7% rimasto all’etnia minoritaria, in modo da espander le proprietà dell’etnia giusta. È ancora uno stato democratico?
Di fronte a queste discriminazioni lo stato etnico concede un limitato diritto di voto e un limitato diritto di critica alla minoranza discriminata. Bastano questi diritti politici di fronte alle mille discriminazioni a far sì che lo stato sia democratico?
Già sento i difensori di Israele, perché è di lui che stiamo parlando, insorgere e protestare contro la mia ultima affermazione sui limitati diritti politici della minoranza palestinese. Invece è proprio così. Si pensi, per esempio al fatto che in Israele è proibito mettere in discussione il carattere ebraico dello stato. È proibito fondare partiti che hanno come programma uno stato diverso, non etnico, ma di tutti i cittadini. È proibito lottare per l’applicazione della risoluzione 194 dell’ONU che sancisce il diritto al ritorno dei palestinesi espulsi. È proibito lottare per abolire la legge fondante dello stato che dice che la Palestina appartiene a tutti gli ebrei del mondo e che in qualunque momento uno di essi può andare in Palestina a occupare una proprietà che l’esercito dello stato ebraico avrà provveduto a togliere a qualche palestinese dei territori occupati. È ancora uno stato democratico?
Rovesciamo la situazione: immaginiamo per un attimo che lo stato italiano si proclami stato “cattolico” e stabilisca che i cittadini italiani ebrei, o protestanti o altri ancora non appartengano a questo stato, li discrimini direttamente, proibisca loro di acquistare terre o proprietà immobiliari da cittadini cattolici. D’altra parte stabilisca che i cittadini cattolici (qualsiasi cosa ciò possa oggi significare) non possano vendere proprietà a ebrei, protestanti, ecc, in modo che la terra d’Italia si concentri sempre più in mani cattoliche. Ai non cattolici viene lasciato il diritto di voto ma in modo tale che esso non pregiudichi il carattere “cattolico” dello stato. L’Italia potrebbe ancora chiamarsi stato democratico? E ricordo ai difensori di Israele che gli ebrei in Italia non sono un quarto della popolazione come i palestinesi in Israele. Ricordo loro anche che andando avanti nel modo in cui si sta andando avanti c’è il rischio che oltre che uno stato etnocratico Israele, diventi anche uno stato teocratico, visto il peso crescente dei religiosi nella politica israeliana.
CANZANO 7- Rispetto a quanto abbiamo detto in quest’intervista, quale sarebbe la tua spiegazione del furibondo attacco israeliano contro Gaza?
MANNO – Se guardiamo a quello che sta accadendo adesso a Gaza nel quadro storico che in qualche modo abbiamo tracciato in questa intervista dobbiamo concludere che si tratta di un ulteriore passo in avanti della pulizia etnica dei palestinesi. Se Israele avesse voluto un compromesso con i palestinesi su uno stato palestinese, ebbene le occasioni non sono mancate.
I sostenitori di Israele sostengono che furono i palestinesi a non accettare la divisione della Palestina nel 1948. Ma chi l’avrebbe accettata? Quale nazione avrebbe accettato la divisione del proprio territorio imposta dall’alto fosse anche dall’ONU, (che allora, ricordiamolo, era costituito da un quarto degli stati attuali ed era sotto il controllo di USA e Unione Sovietica). Se poi l’ONU avesse imposto anche l’applicazione della risoluzione 194 che chiedeva a Israele di permettere ai palestinesi cacciati con la forza di poter tornare, allora le cose sarebbero andate molto diversamente. Ma Israele rifiutò la risoluzione, sicuro dell’appoggio USA, il quale era già sotto l’influenza della Lobby sionista americana. Fece molto di più, assassinò il mediatore ONU Folke Bernadotte che stava elaborando una nuova politica. Israele voleva uno stato etnicamente puro e niente altro. Questo è il sionismo. Dopo la guerra del 1967, Israele non accettò neanche la risoluzione 242 che imponeva il ritiro israeliano dai territori occupati. Anzi, contro ogni legge internazionale, cominciò a colonizzarli. Israele non accettò nessun compromesso durante le trattative di Oslo e continuò ancora la colonizzazione. Nel 2002 gli stati arabi offrirono il riconoscimento di Israele e la pace in cambio del ritiro di Israele entro i confini del 1967, ma Israele rifiutò, iniziò la costruzione del muro che ingloba vasti territori occupati dai quali la popolazione palestinese viene lentamente espulsa, e continua sempre con la costruzioni di colonie e con il soffocamento dei palestinesi di Gerusalemme Est.
Quando nel 2006, Hamas vinse le elezioni democratiche e formò un suo governo su tutti i palestinesi di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est, Israele non lo riconobbe e assieme agli USA e con la complicità dell’UE, iniziò una politica di divisione dei palestinesi. A questa politica si prestò il corrotto Abu Mazen. Per salvaguardare l’unità, Hamas accettò un compromesso con lui e con quella parte di Fatah che lo sostiene; formò con lui, un governo di unità nazionale. Istigato da USA e da Israele, Abu Mazen, convinto anche che il nuovo governo era nato per la debolezza di Hamas, organizzò un complotto a Gaza per evincere il potere militare del partito rivale. Ma fallì e furono i seguaci di Abu Mazen ad essere cacciati da Gaza. Allora, Abu Mazen sciolse il governo formandone uno con i suoi fedelissimi e lasciò che Israele arrestasse ministri, deputati, dirigenti di Hamas in tutta la Cisgiordania. Si impegnò in trattative per un accordo di Pace con Israele (Annapolis). Queste ovviamente non hanno portato a niente, perché Israele non cede su niente e vuole gente come Abu Mazen che si presta alla finzione eterna delle trattative e intanto avanza con la colonizzazione e la pulizia etnica. Per Israele quindi adesso è essenziale eliminare Hamas, uccidendone o arrestandone tutti i dirigenti. Questo è il senso dell’attacco criminale contro Gaza. Conquistarla e darla a Abu Mazen con il quale continuare la finzione delle trattative. Se Hamas resiste ed Israele è costretto a cessare l’attacco e ritirarsi, sarà Abu Mazen il primo sconfitto, ma fallirà tutta la strategia di Israele e degli americani.
AUTOBIOGRAFIA
Provengo da una famiglia proletaria ed essendo stato mio padre emigrante all'estero, sono nato in una regione mineraria del Nord Europa. Vivo a Napoli.
Ho 57 anni. Ho compiuto studi liceali classici all'estero e poi, rientrato in Italia, ho frequentato l'Università Orientale di Napoli dove mi sono laureato in lingue dell'Europa occidentale (germanistica). Parlo varie lingue e ho una lunga esperienza come traduttore. Riscrittomi all'Università dopo la prima laurea, ho fatto studi storici che però non ho completato. Non ho comunque mai smesso di approfondire questioni di storia e geopolitica. Il mio interesse è soprattutto rivolto al Medio Oriente, al conflitto Israele-Palestina, all’islamismo politico e al sionismo. Studio anche l’influenza del sionismo sulla politica statunitense. Tra le mie pubblicazioni, segnalo /La natura del sionismo/, uno studio sulle convergenze storiche ed ideologiche tra sionisti da una parte e antisemiti e nazisti dall’altra. Un argomento che i sostenitori di Israele tengono accuratamente nascosto. Rivendico con fierezza di essere l’autore della /Lettera aperta al Presidente Napolitano/, scritta quando egli, avventatamente, ha accomunato antisionismo e antisemitismo. Ho fatto parte del gruppo di docenti del Master "Enrico Mattei" per il Medio Oriente dell'Università di Teramo ed ho partecipato, con un mio intervento sulla lobby sionista in America,
alla Conferenza sul Medio Oriente (17-19 aprile 2007) che tante polemiche ha scatenato. Sono membro fondatore dell'Istituto Enrico Mattei di alti studi sul Medio Oriente (IEMASMO), con sede a Roma, un Istituto di ricerca privato che opera con spirito di amicizia con tutti i popoli della regione ma sempre in piena autonomia da qualsiasi influenza di stati o governi.
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A poche ore dalle elezioni in Israele. Un quadro della situazione.
Domani, 10 febbraio, Israele è al voto. Dalla nostra inviata, una spiegazione del meccanismo elettorale, un'analisi degli schieramenti e un profilo dei principali candidati.
9 febbraio 2009 - Camilla Gelao (nostra inviata)
Il 10 febbraio 2009 si svolgeranno le elezioni del 18° parlamento israeliano (Knesset). Contemporaneamente, in base ai risultati conseguiti dalle liste, verrà nominato dal Presidente Peres il primo ministro, che dovrebbe guidare il paese per i prossimi quattro anni. Il condizionale è d'obbligo se si considera che ultimamente la media con cui i cittadini israeliani sono stati chiamati alle urne è di circa una convocazione ogni due anni e mezzo. I principali contendenti per la carica di primo ministro sono tre. Il laburista Barak, già primo ministro dal 1999 al 2001, nonchè ministro della difesa durante la guerra in Libano del 2006 e l'Operazione Piombo Fuso a Gaza. Due insuccessi che riducono la sfida a un testa a testa tra gli altri due candidati: la ministra degli esteri (del partito Kadima) Tizpi Livni - mai stata primo ministro, ma ben inserita nell'establishment grazie ad un glorioso passato nell'intelligence israeliana -, e il nome tristemente noto di Bibi Netanyau, leader di Likud. Già Primo Ministro tra il1996 e il 1999, ma ancora più famoso per riforme economiche fatte come ministro delle finanze che hanno smantellato le garanzie sociali fondamentali.
A settembre l'attuale primo ministro Ehud Olmert, leader del partito di maggioranza Kadima, si è dimesso in seguito a scandali finanziari e di corruzione. Olmert, diventato segretario nel gennaio del 2006, in seguito al malore che aveva ridotto in coma il leader storico Ariel Sharon a pochi mesi dalle elezioni, era riuscito a portare il partito di centro alla vittoria elettorale, costituendo un'alleanza di governo con i Labor di Barak e il partito religioso dello Shas.
L'alleanza non ha tenuto quando, dopo le dimissioni di Olmert da segretario e da primo ministro a settembre, Kadima ha eletto come segretaria con le elezioni primarie Tizpi Livni, ministro degli esteri. E' diventato necessario ricorrere alle elezioni anticipate, convocate appunto per il 10 febbraio.
I membri della Knesset vengono nominati con un sistema elettorale proporzionale purissimo, con una soglia di sbarramento al 2%. Le liste sono bloccate, quindi entra in parlamento un numero di eletti proporzionale al numero dei seggi assegnati alla lista, che viene compilata o attraverso elezioni primarie interne ai partiti, o in base a nomine politiche delle segreterie, o, come nel caso dei partiti ultrareligiosi, attraverso la scelta effettuata dai leader spirituali.
Tutti i partiti per presentare le proprie liste alle elezioni devono iscriversi a un apposito registro. Secondo la "legge dei partiti" non possono presentarsi liste che, direttamente o indirettamente, avversino lo Stato di Israele come Stato ebraico e democratico. Liste che incitino al razzismo. Liste che sostengano la lotta armata di uno stato nemico o di un'organizzazione terroristica contro lo stato di Israele.
Si tratta di vincoli soggetti a diverse interpretazioni che per esempio sono state utilizzate da alcuni membri della destra per proporre al comitato elettorale di vietare ai partiti arabi di presentarsi alle elezioni. Il comitato aveva accettato la proposta. Il rischio di una pesante discriminazione è stato scongiurato da una sentenza della Corte Suprema. Il prezzo sono state fortissime polemiche e un'invocazione al boicottaggio elettorale che rischia di minare la legittimità delle elezioni.
Sono 5.278.985 gli aventi diritto israeliani, è probabile che meno del 60% di essi si rechi alle urne martedì prossimo. Dopo 50 anni di grandissima partecipazione al momento democratico, con una media dell'80 % di votanti tra gli aventi diritto, le elezioni del 2006 hanno visto la percentuale scendere vertiginosamente al 63 %, e queste elezioni non promettono niente di buono.
Secondo Elie Rekhess, direttore del programma Adenauer presso l'Università di Tel Aviv, tra il 1996 e il 2006 la percentuale di arabi israeliani che si sono recati alle urne è scesa di 21 punti percentuali, passando dal 77% al 56%. Le cause sono da identificare nella sensazione di non essere rappresentati dagli arabi eletti alla Knesset e in un atteggiamento di protesta nei confronti dell'establishment governativo. Sicuramente la guerra contro il Libano, e ancora di più l'ultimo attacco a Gaza non hanno fatto che acuire la spaccatura tra ebrei israeliani e arabi israeliani, che hanno vissuto soprattutto l'ultima guerra come un vero e proprio attacco al mondo arabo.
Inoltre leggendo gli editoriali di uno dei maggiori quotidiani del paese, Haaretz, si possono individuare due fenomeni che caratterizzeranno le imminenti elezioni.
Due fenomeni diversi, ma con cause comuni.
Da una parte un crescente disinteresse dei cittadini nei confronti del voto, dall'altra parte uno scivolamento dalla politica di centro di Kadima verso la destra del Likud di Netanyau, quando non verso l'estrema destra di Avigdor Lieberman. Razzista nei confronti degli arabi, sostenitore dello slogan "nessuna lealtà, nessuna cittadinanza". Secondo i parametri di Lieberman, per esempio, i refusnik, cioè gli israeliani che decidono di non prestare servizio militare, non sono leali nei confronti del paese e quindi non sono meritevoli di diritti.
Le fila dei nonvotanti sono costituite principalmente dai giovani, dai laici e dagli arabi. Le ragioni di questa scelta vanno identificate nel fatto che non trovano nessuno che li rappresenti, nella sensazione di non avere nessuna influenza sulle scelte del governo e nella percezione dei candidati come entità perfettamente interscambiabili. Il fatto che nessuno dei principali candidati sia una novità per la politica israeliana da agli elettori la sensazione di un continuo "gioco delle tre carte", con gli stessi nomi che si alternano di anno in anno senza nessun cambiamento.
Esiste inoltre un altro fronte di persone che non andranno a votare. Si tratta degli ebrei ortodossi anti-sionisti. Alcuni di questi non riconoscono lo Stato di Israele e rifiutano di prestare il servizio militare.
L'astensione non potrà che rafforzare i partiti più estremisti, in prima linea Ysrael Beiteinu, guidato da Avigdor Lieberman, che avrà un peso determinante nella coalizione di Governo, diventando di fatto l'ago della bilancia per la stabilità della coalizione di maggioranza.
Sono 33 le liste che si presenteranno alle elezioni. Con un sistema elettorale che se garantisce la rappresentatività anche alle più piccole minoranze certamente non è garanzia di stabilità. Occorrono 61 seggi alla Knesset per avere la maggioranza. Se il partito di Avigdor Lieberman diventasse il terzo partito di Israele potrebbe ottenere circa 14 posti, estremamente importanti per la governabilità e che non permetterebbero a nessuno dei vincitori di poterlo ignorare. Inoltre il leader estremista potrebbe ambire a un ministero "pesante", come la Difesa, gli Esteri o le Finanze.
Netanyau e Livni giocheranno un testa a testa fino all'ultimo il cui vincitore dovrà affrontare difficili passi per il processo di pace. Ma nessuno dei due rappresenta davvero qualcosa di nuovo rispetto a un passato costellato di guerre e violazioni dei diritti umani per la Cisgiordanie e la striscia di Gaza.
I sondaggi e le leggi elettorali in questo momento non guardano sicuramente verso la pace. Il "gioco delle tre carte" condiziona pesantemente la volontà dei cittadini di partecipare alla vita democratica del paese. Il 1° febbraio un articolo di Yossi Sarid delineava su Haaretz uno scenario pessimistico: "Tra i cittadini si vedono i primi segni dell'apatia. L'affluenza sarà piu' bassa del solito, i giovani non parteciperanno come sempre. Sono indifferenti e alienati, la colpa non è loro, ma delle politiche dei candidati. I partiti sono consumati e i candidati di seconda mano. Tutti sono stufi di votare il minore dei mali. Negli Stati Uniti il voto per Barak Obama è stata una scelta attiva, non passiva. L'apatia è l'ultimo passo prima della disperazione.
Fonte: www.peacelink.org