I care

"Un momento!", gridò Pistorius. "C'è una bella differenza tra l'avere il mondo dentro di sé ed esserne anche consapevoli!"

lunedì, 12 maggio 2008

La Fiera del libro di Torino e la buona vecchia Europa
Una lettera aperta di Yitzhak Laor *

Cara amica, il nostro problema qui, in quanto israeliani contro l'occupazione, è un problema concreto con i nostri vicini concreti, quelli che tornano a casa dopo avere prestato servizio ai blocchi stradali e avere trattato esseri umani come animali: diventano fascisti attraverso la pratica - ossia attraverso il servizio militare - e solo poi fascisti ideologicamente. Questo non preoccupa la sinistra filo-israeliana in Italia. Tu sostieni che la sinistra italiana non avrebbe trattato un boicottaggio del Sudafrica nel modo in cui sta trattando qualunque proposta di boicottaggio di Israele. Ma la cosa è più semplice: pensa alla sinistra italiana durante la prima guerra del Libano e paragonala alla sua posizione attuale. Non è l'occupazione a aver cambiato natura. È l'Europa occidentale che è cambiata, che è tornata al suo vecchio modo di guardare i non-europei con odio e disprezzo. Nell'immaginario della sinistra italiana, i palestinesi hanno perso lo «status» simbolico di cui godevano un tempo (la kefia al collo di decine di migliaia di giovani italiani, ad esempio) e sono passati nell'hinterland dell'Europa: dove gli americani possono fare quello che vogliono, e l'avida Europa, come sempre, si schiera dalla parte dei più forti. I palestinesi sono ancora una volta solo degli arabi che sanguinano, e il sangue arabo - proprio come in passato il sangue ebraico - vale poco. Si potrebbe riassumere il cinismo dell'attuale scena italiana citando Giorgio Napolitano, quando ha fatto riferimento a una vecchia discussione che ebbe nel 1982 a Torino con l'allora comunista Giuliano Ferrara. Riflettendo sulla posizione del Pci sul massacro di Sabra e Shatila, Napolitano, che sarebbe poi diventato Presidente, ha detto: «Per quanto riguarda una determinata persona (Giuliano Ferrara), ricordo solo che egli si faceva promotore di una causa (la causa palestinese nel 1982) che nel Partito godeva di una qualche popolarità ma che non ci avvicinava per nulla alla presa del potere». Machiavelli avrebbe dovuto incontrare sia Ferrara che il Presidente italiano per un drink sui fiumi di sangue palestinese.
Ma il cambiamento di posizione della sinistra italiana ha molto poco a che vedere con la propaganda israeliana, anche se la Fiera del libro di Torino rientra anch'essa nella propaganda israeliana. Concentriamoci per un momento su questa fiera, a titolo di esempio. Abbiamo a che fare con la Cultura, che è sempre la «coesistenza» di affari (delle case editrici, ad esempio) con il razzismo implicito degli «amanti della Cultura», cultura che è sempre puramente occidentale (cristiana o «secolare»). Gli israeliani in questo contesto sono gli «eredi della buona vecchia Europa», mentre gli arabi, naturalmente, non sono ammessi in questa cultura. In breve, la xenofobia italiana ha anche un volto umano: la Fiera del libro di Torino. Il nostro stato, che da 41 anni sta privando un'intera nazione di qualunque diritto se non quello di emigrare, viene celebrato dalla Cultura. Bene, questa è l'Europa - dopo tutto, la stessa Europa che noi e i nostri genitori abbiamo conosciuto: la Cultura è sempre stata la cultura dei Padroni. Il dibattito sulla Fiera del libro può dimostrare come la sinistra, un tempo la più sensibile d'Europa verso la causa palestinese, sia diventata la più cinica sinistra filo-israeliana. Ha perso il suo orizzonte politico, e in questo vuoto ideologico ciò che si è realmente verificato è il ritorno del Coloniale. È questo il contesto storico in cui va letta l'estinzione della nazione palestinese, celebrata attraverso il 60° anniversario di Israele. L'Europa si sta espandendo fino a includere Israele, come «isola di democrazia», di «diritti umani».
Non dobbiamo dimenticare che la sinistra italiana non ha mai attraversato un processo post-coloniale. Ha fatto tutta la strada dalla retorica anticolonialista degli anni '70 all'attuale «ansia» coloniale per «i nostri fratelli ebrei là nella giungla, tra i selvaggi». Mamma li turchi!
Cara amica, non possiamo dipendere dagli europei, nonostante pochi coraggiosi. Guarda, i nostri soldati sono tornati a casa e dai loro scarponi il sangue cola in salotto. Imparano presto nella vita a ignorare le lacrime delle madri. Prima di compiere vent'anni sono già crudeli come cacciatori di teschi. Lo ammetto: dovevo scrivere questo pezzo per il Manifesto, ma mi sono rivolto a te, perché non riesco più a rivolgermi agli europei direttamente, chiedendo loro di pensare ai palestinesi rinchiusi come animali nei loro ghetti, al vento e alla pioggia. E gli anni passano.

* scrittore israeliano
(traduzione Marina Impallomeni)


da qui:
http://www.forumpalestina.org/news/2008/Maggio08/11-05-08LitteraApertaLaor.htm

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venerdì, 09 maggio 2008
ISRAELE DA FESTEGGIARE?

Qui di seguito riporto la traduzione di un lettera-appello di un
gruppo di ebrei inglesi, pubblicata sul quotidiano The Guardian il 30
aprile scorso, dove si elencano le ragioni che non permettono a
queste persone – né dovrebbero permetterlo ad alcuno - di festeggiare
il 60° anno dalla fondazione dello Stato di Israele.

Si tratta di argomentazioni già note e storicamente accertate.

Come abbiamo avuto modo di osservare, la politica della durezza è
stata ritenuta l'unico modo adatto ad affrontare il dilemma della
legittimità di Israele in relazione ai suoi vicini, e la violenza
sistematica è stata essenziale per consolidare lo Stato israeliano
nel periodo 1947-1948, nonché per sostenerlo nei periodi di crisi
successivi.

Secondo lo storico israeliano Ilan Pappe, intervistato dall'Unità il
1°maggio, "il sistema di valori su cui si fonda lo Stato di Israele"
è stato strutturato "attorno a una ideologia etnocentrica che pone
come prioritaria la necessità di avere uno Stato ebraico con una
solida maggioranza ebraica che controlli larga parte dei Territori
palestinesi. Nel creare il proprio Stato-nazione, il movimento
sionista non condusse una guerra che <tragicamente, ma
inevitabilmente> portò all'espulsione di parte della popolazione
nativa, ma fu l'opposto: l'obiettivo principale era la pulizia etnica
di tutta la Palestina, che il movimento ambiva per il suo nuovo
Stato. Questa visione non è cambiata affatto dal 1948 ad oggi. Il
valore di uno Stato a base etnica è ancora al di sopra di qualunque
diritto umano o civile".

E allora, come celebrare oggi i 60 anni di Israele senza nel contempo
ricordare che la nascita di questo Stato coincide con la Naqba
palestinese?

E, soprattutto, come festeggiare uno Stato che mantiene un'intera
popolazione di un milione e mezzo di Palestinesi sotto assedio e in
condizioni pietose, con scarsi rifornimenti di cibo e altri beni, con
poca elettricità, con un sistema di trattamento di rifiuti devastato,
con una sanità in condizioni definite miserevoli; in una parola, uno
Stato che pone in atto una gigantesca punizione collettiva, un
crimine contro l'umanità che è una vergogna tanto per Israele quanto
per gli Stati che la consentono.

Come festeggiare uno Stato le cui truppe massacrano quotidianamente
la popolazione civile inerme ed innocente, ivi inclusi i bambini di
pochi mesi, utilizzando armamenti il cui uso in aree densamente
popolate è proibito dal diritto umanitario.

Come festeggiare uno Stato che, mentre a parole sostiene di volere
la "pace", nei fatti continua ad operare nel senso esattamente
opposto, espandendo i propri insediamenti colonici illegali,
rifiutando di affrontare il problema dei profughi palestinesi persino
nel senso di ammettere la propria responsabilità, proponendo all'Anp
piani di "pace" che, come ancora qualche giorno fa riportava il
quotidiano Yedioth Ahronoth, prevedono che Israele mantenga il
controllo dei blocchi di insediamenti, della Valle del Giordano, di
Gerusalemme?

No, non c'è assolutamente motivo di festeggiare alcunché se la festa
di alcuni coincide con la rovina, la distruzione e la morte dei
nostri fratelli, e spiace che anche il nostro Presidente si presti a
fornire il proprio autorevole avallo ad una iniziativa che non unisce
ma divide profondamente, sia in Italia che nel resto del mondo.

Noi non celebriamo l'anniversario di Israele.
(The Guardian, mercoledì 30 aprile 2008)

A maggio, le organizzazioni ebraiche celebreranno il 60° anniversario
della fondazione dello stato di Israele. Ciò è comprensibile nel
contesto di secoli di persecuzione culminati nell'Olocausto.
Tuttavia, noi siamo Ebrei che non celebreranno. Sicuramente ora è
tempo di riconoscere la storia degli altri, il prezzo pagato da un
altro popolo per l'antisemitismo europeo e le politiche di genocidio
di Hitler. Come ha messo in evidenza Edward Said, ciò che l'Olocausto
è per gli Ebrei, lo è la Naqba per i Palestinesi.

Nell'aprile 1948, lo stesso mese dell'infame massacro di Deir Yassin
e dell'attacco di mortai contro i civili palestinesi nella piazza del
mercato di Haifa, il Piano Dalet entrò in funzione. Ciò autorizzò la
distruzione di villaggi palestinesi e l'espulsione della popolazione
indigena dai confini dello Stato. Non non celebreremo.

Nel luglio 1948, 70.000 Palestinesi furono cacciati dalle loro case a
Lydda e a Ramleh nel periodo più caldo dell'estate senza cibo né
acqua. Morirono a centinaia. E' nota come la Marcia della Morte. Noi
non celebreremo.

In tutto, 750.000 Palestinesi divennero rifugiati. Circa 400 villaggi
vennero cancellati dalle mappe. La pulizia etnica non termino lì.
Migliaia di Palestinesi (cittadini israeliani) furono espulsi dalla
Galilea nel 1956. Molte migliaia in più quando Israele occupò la
Cisgiordania e Gaza. Secondo il diritto internazionale e sulla base
della risoluzione Onu 194, i rifugiati di guerra hanno il diritto al
ritorno o alla compensazione. Israele non ha mai riconosciuto tale
diritto. Noi non celebreremo.

Noi non possiamo celebrare l'anniversario della nascita di uno Stato
fondato sul terrorismo, sui massacri e sulla spoliazione della terra
di un altro popolo. Non possiamo celebrare l'anniversario della
nascita di uno Stato che ancora adesso è impegnato nella pulizia
etnica, che viola il diritto internazionale, che infligge una
mostruosa punizione collettiva alla popolazione civile di Gaza e che
continua a negare ai Palestinesi i diritti umani e le aspirazioni
nazionali.

Noi celebreremo quando Arabi ed Ebrei vivranno da eguali in un
pacifico Medio Oriente.

Seymour Alexander
Ruth Appleton
Steve Arloff
(seguono altre 102 firme)

Postato da: pistorius a 10:46 | link | commenti |

venerdì, 02 maggio 2008
NEL NOME DELLA NONVIOLENZA

Bertinotti contestato a Torino. Il portavoce: erano in 10
Tensione a Torino 
L'ex presidente della Camera Fausto Bertinotti e' stato contestato questa mattina a Torino, al suo arrivo al corteo del Primo maggio. Secondo il racconto del suo portavoce Vittorio Mucci, "era presto e ci siamo avvicinati allo striscione di Rifondazione. Sono venute verso di noi una decina di persone, lo hanno contestato per il fatto che andra' al Salone del Libro di Torino" (oggetto di polemiche perche' dedicato all'anniversario della fondazione dello Stato di Israele). "Poi - racconta ancora il collaboratore di Bertinotti - abbiamo fatto tutto il corteo in testa, e ora siamo tornati con lo spezzone di Rifondazione. Ha stretto mani, gli hanno scattato fotografie, e' stato riempito di incoraggiamenti. Ma questo, evidentemente, non fa notizia...".

Bruciate le bandiere
I giovani dei centri sociali di Torino e dell' associazione Free Palestine hanno bruciato due bandiere israeliane e una americana. Questo in segno di protesta sempre per la decisione della Fiera del Libro di Torino di ospitare
ufficialmente Israele nell' anno del suo sessantesimo anniversario. (Da Rainews)
Bertinotti contestato ormai non è una novità. I centri sociali l'hanno fatto anche quando c'era Prodi al governo. Le questioni principali sul banco sono quelle internazionali, la guerra, Israele soprattutto. I centri sociali in genere sostengono l'Intifada palestinese, e il diritto a ogni tipo di resistenza. Bertinotti si è schierato con la nonviolenza. Per me ha fatto bene. Ma sbaglia ad annacquare la sua posizione su Israele nel nome della nonviolenza. Di fatto si può boicottare la Fiera del libro dedicata a Israele e anche Israele stesso proprio nel NOME DELLA NONVIOLENZA. Non si capisce perché la scelta nonviolenta debba andare di pari passo con una politica di moderazione. Il nonviolento non è un moderato, è un radicale. Non è un tipo che fa facilmente compromessi, o che cerca il politicamente corretto, o che cerca di far piacere a tutti per non sentirsi di parte. Il nonviolento ha un impegno con la verità, nient'altro. E la verità sulla Fiera del libro dedicata ai sessantanni di Israele è una verità palese: un chiaro gesto politico di parte a favore dello stato ebraico e quindi a sfavore del popolo palestinese, che non è stato invitato al pari di quello israeliano come ospite d'onore. Questa verità non va taciuta, va detta a chiare lettere. Bene ha fatto Vattimo a non tacerla e ad esporsi all'Infedele di Lerner mercoledì appena passato. E triste è stato vedere gli ebrei invitati difendere non solo la scelta della Fiera ma anche lo stato stesso di Israele.
Vattimo ha detto peraltro che una Sinistra sempre più succube di Israele non è un caso che perda le sue ragioni, e quindi i suoi elettori.
Lorenz

Postato da: pistorius a 03:05 | link | commenti (8) |

lunedì, 21 aprile 2008
CONSIDERAZIONI SULLA MORTE DELLA SINISTRA (DA UN DIALOGO CON SERGIO BARATTO, www.tunga.splinder.com)

Della sinistra che è morta il 14 aprile non avevamo più bisogno, non serviva più a niente. (Sergio Baratto)


Io (Lorenz) Nel senso che si era troppo schiacciata sulle posizioni del governo Prodi?
Sì è vero, aspettavano una seconda fase che non è mai arrivata.
Prima il risanamento poi la giustizia sociale.
C'è stato solo il primo. L'ha detto anche Bertinotti.
E sui diritti civili non c'è stato nulla.
Eccetera.
Eppure perchè pare che il governo Prodi sia stato condizionato solo dai "ricatti della sinistra radicale"? Tanto che ci si dimentica che a farlo cadere sono stati DINI e MASTELA?
Un eccesso di fedeltà, nei fatti, ripagato con una continua demonizzazione della sinistra da parte dei media (o forse è più veritiero l'inverso: fedeltà eccessiva a causa di... ) e della società civile, della cultura berloscuniana che è diventata la cultura italiana.
E quindi: non avesse appoggiato Prodi o l'avesse fatto cadere, cambiava molto?
Non penso.
Forse non c'era scampo.

 

Della sinistra che è morta il 14 aprile non abbiamo più bisogno, non serviva più a niente: una sinistra che – parlo qui soprattutto di apparati e vertici, ma non solo – si è affrettata a cauterizzare i primi timidi segni di rinnovamento comparsi qualche anno fa con la breve parabola del movimento e con la nascita embrionale di una visione non ortodossa, più libertaria e “zapatista” (“camminare domandando”). Tutto finito in fretta. Si è tornati a una visione di piccolo cabotaggio, subordinata alle categorie dominanti della bassa politica. Alle confortanti ma obsolete categorie marxiste. A un ecologismo di quart’ordine e senza nessun coraggio. Nessuna radicalità di pensiero, solo vecchie metodiche tenute in vita con accanimento terapeutico.
Detto questo, penso che, in teoria, anche la scelta governativa nn fosse un’idea vergognosa: ma sarebbe stato forse possibile provarla in tutt’altre condizioni; di certo non con una maggioranza ridicola, eterogenea e traballante come quella del governo Prodi. In quelle condizioni era chiaro che non una delle istanze della sinistra sarebbe potuta passare. Allora, col senno di poi, posso dire che sarebbe stato meglio se si fosse preso atto subito, nell’aprile del 2006, dell’impossibilità di governare, per procedere alla costituzione di un governo tecnico a breve scadenza con il compito di traghettare il parlamento a nuove elezioni. Mi spingo a dire che, in questo modo, berlusconi non avrebbe avuto la partita così facile. Ma Prodi e tutti gli altri avrebbero avuto il coraggio e l’ardire di prendere una simile decisione?


Meglio perdere tutto che vegetare in una lunghissima agonia. Il requiem per la sinistra novecentesca? Era ora che lo si suonasse.
Quando si perde tutto, in politica, di solito ci si arrocca sulle posizioni tradizionali e si torna indietro.
Non è per niente meglio.
Tornare indietro equivale a morire.
Non riesco proprio a veder il bicchiere mezzo pieno in questa situazione.
Non c’è nessun bicchiere mezzo pieno. Il bicchiere è vuoto, l’acqua per riempirlo bisogna ancora attingerla, il vino ancora vendemmiarlo, e forse nemmeno le viti sono state ancora seminate.

Adesso siamo allo zero. Abbiamo solo due possibilità: o restare morti o rinascere. Entrambe le possibilità dipendono da noi, e non da fattori esterni.
Noi chi?
Per me la possibilità di rinascita dipende invece in gran parte dalle condizioni esterne, economiche e politiche nazionali e internazionali, così come da queste è dipesa la sconfitta: l'americanizzazione della politica - non a caso metà dell'elettorato della sinistra ha votato Veltroni, anche per loro la sinistra non era più utile, ma solo nel senso che l'unica cosa utile era battere Berlusconi.

“Noi” vuol dire me, te e chiunque riconosca in sé certi valori.
I fattori esterni: be’, ovviamente nessuno vive nel vuoto pneumatico. Molto semplicemente voglio dire che ora tocca fare il nostro dovere. Io continuo a credere nella possibilità dell’atto creativo. In qusto senso, dico che dipende da noi, dalla nostra volontà e dal nostro talento. Anche se tutto all’intrno dovesse concorrere a creare codizioni ostili alla rigenerazione, noi abbiamo il dovere di provare a rinascere. Questo intendo dire: che questo “dovere di provare” dipende tutto da noi.


Se si è chiusi in un vicolo cieco, il solo movimento possibile è in avanti.
Non vedo perché. Come ho detto sopra per me è più facile che si torni indietro, e infatti ora già in molti vogliono la fine dell'arcobaleno e l'unione dei comunisti: niente postcomunismo colorato ma una nuova (vecchia) bandiera rossa.
Non vedo come tu possa non vedere perché. Che siamo in un vicolo cieco mi sembra lapalissiano. Quello che tu chiami “tornare indietro” corrisponde esattamente a ciò che ti definisco “restare fermi”. In entrambi i casi - lo dici anche tu - l’esito è la morte.
Per amor di cronaca io sono un semplice elettore di Rifondazione/SA, non sono mai stato un militante.

Le proposte fatte da certuni di “ripartire da zero e cioè dalla bandiera rossa” mi sembrano degne di un reparto geriatrico, e ritengo che i dirigenti politici della sinistra che ragionano così siano perniciosi per la sinistra e quindi nocivi anche nei miei confronti. Spero che in un modo o nell’altro scompaiano nel posto che spetta loro di diritto: nella spazzatura della storia.


Allora, se resteremo fermi con la schiena contro il muro o se ci getteremo in avanti con azzardo e disperato coraggio dipende soltanto da noi.

La domanda viene: tu farai qualcosa, concretamente?
Farò quello che posso, con le mie piccole forze.

Il lavoro da fare è così lungo che forse noi non ne vedremo mai il risultato.

Dipende a quale lavoro pensi. Se pensi a una sinistra popolare sì, se pensi a una nuova sinistra settaria riunita nel nome del comunismo, il rischio è che sia vicina.
Non ho alcun desiderio di veder rinascere l’ennesimo zombie comunista settario e polveroso. Sogno il momento in cui la falce e il martello – che coagulano iconicamente la sinistra novecentesca – andranno definitivamente in pensione (tieni presente che non sono comunista e amo gli zapatisti perché il loro simbolo è una semplice stella, e la loro bandiera ha i colori della libertà). Intendo un movimento di idee e uomini nuovo e impensato. Una cosa mai vista prima. Che abbia alla base certi valori fondamentali che fino a oggi abbiamo visto far parte del dna della sinistra, ma che in più ne possegga di altri e nuovi, che usi parole nuove e abbia simboli nuovi e comportamenti nuovi.

A noi tocca riaprire la strada per quelli che verranno: siamo la generazione dei tempi senza speranza, e perciò non possiamo arrenderci. No hope no surrender. dobbiamo rigenerarla da soli, la speranza: dal nulla, con le nostre sole forze. È il nostro compito, il nostro dovere.
Qui mi ricordi il No retreat baby no surrender, di Springsteen, anche se il no surrender springsteeniano è dovuto a un vow to defend, non tanto a una speranza accesa.
Cmq sì, è nostro compito provarci.
Ma provare a far che?
Tu dici che si parte da zero (e che è un bene così), ma se parti da zero, andare avanti significa andare dove, in quale direzione?

Ah, non ne ho idea. È tutto da pensare, tutto da creare. Non esiste più nessuna strada, perciò non ci sono che strade – tutto l’orizzonte è una strada.
Se poi c’incammineremo, questo è da vedere. Chi vivrà vedrà.

Ci sarebbero tante cose da dire. Inizio dicendo che non direi mai che di una sinistra non c'è bisogno, neanche della peggior sinistra, se è l'unica a disposizione. C'era e c'è bisogno eccome di una sinistra arcobaleno, post-comunista, pacifista, ecologista, radicale (femminista è un termine che abolirei). E forse è proprio qui che sta il problema: l'arcobaleno è stato troppo poco "post" e molto comunista, poco pacifista (sull'Afghanistan si è consumata la scissione di Sinistra critica - ma in quel caso c'era in gioco il governo e non so se si poteva fare diversamente), poco innovativo per l'ecologia, poco radicale sui diritti della persona. Occorreva far sentire di più la propria voce, anzi passare ai fatti con comportamenti più intransigenti su temi quali la battaglia al precariato, la tassazione delle rendite alte, la chiusura dei CPT, l'abolizione delle leggi vergogna su giustizia e conflitto di interessi, lo snellimento dell'apparato burocratico, i patti civili e l'eutanasia, la riduzione delle spese militari, le garanzie su scuola e sanità. La strada tracciata era ed è a mio avviso quella giusta ma la mancanza di radicalità - e di carattere dei politici che la sostenevano - l'ha inficiata. Concordo quindi con Sergio quando dice che non c'è stata Nessuna radicalità di pensiero, solo vecchie metodiche tenute in vita con accanimento terapeutico. E concordo anche sul fatto che sarebbe stato meglio fare un governo tecnico (per non lasciare a Forza Italia il ministero dell'Interno che... non so se mi spiego...) e rivotare quando si è vista l'esiguità della maggioranza governativa al Senato.

Da dove ripartire oggi? Come semplice elettore di SA/PRC credo che le possibilità di ripartenza per una sinistra che sia popolare e nuova siano zero, al momento. L'atto creativo in cui crede Sergio per me è un'illusione. Ma ovviamente spero di sbagliarmi. Non so però fino a che punto potrò spendermi personalmente per costruire quella che mi sembra un'illusione. L'ho fatto per un anno e mezzo credendo in un piccolo gruppo di persone conosciute di persona, fondando insieme a loro il Movimento Radicalsocialista. Obiettivo: fondere la migliore tradizione radicale, liberalsocialista e comunista libertaria per creare l'humus della nuova sinistra. Risultati: tante piccole lotte di potere con relative scorrettezze e insulti al sottoscritto da parte dei responsabili di turno alla gestione del sito (www.radicalsocialismo.it) del movimento o da chi deteneva - e detiene - cariche; sparizione senza spiegazione di metà dei soci; continuo vomitare addosso ai politici con cui si vorrebbe dialogare. Cosa ne posso ricavare del bellissimo Manifesto del radicalsocialismo che ho contribuito in parte a scrivere (il maggior estensore del testo è il prof. Giancarlo Iacchini di Fano) se poi l'agognata unione della sinistra sui principi in esso contenuti non riesce ad avvenire neanche in meno di una ventina di soci? Una esperienza personale, questa, estremamente deludente, che mi ha portato a vivere in un microcosmo della sinistra italiana, con tutti i segni della sua irreversibile fine a livello nazionale.

Da dove ripartire oggi?

Dal ritiro nel privato? Può darsi, lo dico sinceramente. Non ce la farò a vedere spesso la tivù, a sentire discorsi di giornalisti e politici che ritengo nella migliore delle ipotesi dei mentecatti, quasi nessuno escluso. E non ce la faccio neanche a leggere quotidiani, salvo forse il Manifesto. Credo di avere la pazienza al limite anche per Micromega, cui sono abbonato da 5 anni: sempre a criticare i vecchi diesse, ad allearsi con Moretti che diceva che con quei dirigenti non si vince mai ma ... MAI, appunto, il coraggio di mettersi alla loro sinistra, di fondare una nuova sinistra davvero laica e libertaria, quella sinistra di cui Micromega va cianciando da anni. E infatti ecco Pardi candidarsi con Di Pietro e Micromega fare articoli sul PD, non già sulla SA.

Il social forum è lontano, le marce per la pace sono lontane. L'appeal della bandiera della pace, dell'arcobaleno, è irrimediabilmente perduto. I movimenti per la pace, i cattolici impegnati nella Rete Lilliput, Zanotelli in testa, non hanno fatto altro che criticare la SA per la poca coerenza nel votare leggi che proponevano ingenti spesi militari: bene, ma poi cosa hanno votato quei cattolici? Io dico PD. Diciamolo, infatti, a chiare lettere, perchè mi sono rotto i cojoni di sentir dire che gli operai dal voto comunista sono passati al voto leghista. La Sinistra arcobaleno ha perso metà dei suoi elettori perchè quegli elettori hanno votato Veltroni, nella speranza di un pareggio al Senato o di una rimonta impossibile. Veltroni hanno votato, non Lega. E gli operai che hanno votato Lega forse la votavano anche prima, o prima votavano FI. La Sinistra arcobaleno, infatti, è più diffusa nei giovani, nei dipendenti pubblici, negli insegnanti, negli intellettuali e negli anziani (i vecchi comunisti), non è che sia così diffusa nelle fabbriche.

Oggi a Exit, su La7, gli operai milanesi hanno parlato di fare un loro partito, con loro stessi a fare politica, ché non ne possono più dei politici attuali  - e infatti alle elezioni molti si sono astenuti. Bella lì. Poi, sempre a Exit, abbiamo visto come ha fatto Lombardo ad arrivare al 65% di preferenze in Sicilia: i miei complimenti al candidato Spadaro di Catania e ai patronati, di Spadaro o no, legati comunque al MPA, che distribuiscono spesa gratis e lavori precari in cambio del voto (così pare dal servizio di Exit, non sono io a dirlo).

Avevi ragione, Sergio, quando scrivevi tempo fa che viviamo in un paese di merda. Io ti rispondevo che noi italiani vediamo sempre gli altri migliori di noi e siamo sempre pronti a compiangerci: lo penso ancora ma... ma no, forse avevi ragione, siamo proprio un paese di merda, siamo peggio degli altri e io mi vergogno enormemente di essere italiano (non dico che non mi "sento" italiano, come direbbe Gaber, non voglio fare lo snob... se già non l'ho fatto). 

Vivi vicino a Pavia, e tempo fa parlavamo del piano di inserimento dei rom a scuola. Proprio oggi, o ieri?, leggevo sul Corriere di come a Pavia e dintorni la Lega abbia trionfato per il lassismo della Sinistra sulla sicurezza, sulla legalità e sul rapporto con gli immigrati. E lo stesso vale per tutta la Lombardia. Quel piano sui rom ha convinto la gente o l'ha impaurita?

Ma che dire della Sinistra, poi? E non dico solo dei suoi dirigenti, ma anche dei suoi elettori, di gente come me, perché penso che i dirigenti non siano peggiori dell'elettore medio. E ora i dirigenti faranno esattamente quello che è possibile fare per continuare ad avere una sinistra settaria, marginale, e divisa e in ultima analisi inifluente, residuale: alcuni entreranno nel PD (tipo i verdi), alcuni tenteranno una rifondazione di un partito comunista (il PdCi e parte di RC immagino: gli snob di Sinstra critica non ci staranno e quelli di PCL continueranno per la loro strada), altri tenteranno di continuare l'arcobaleno, specialmente parte dei verdi e di RC, ma stando bene attenti a non fondersi in un unico partito, ché queste elezioni hanno detto chiaramente che è un errore. E del resto, il partito unico ha senso se raccoglie tutta o quasi la sinistra, se è solo un frammento, sai cosa cambia. 

Eppure quella è l'unica strada. Purchè sia una sinistra unita, radicale, postcomunista, pacifista nonviolenta, ecologista, realmente laica. Direi quasi rivoluzionaria, ma non di lotta, rivoluzionaria in senso nonviolento. Sto sognando. La realtà forse non mi dà più stimoli. La sinistra è finita e non vedo dove e come impegnarmi: la sinistra che sogno non esiste e non sta per nascere.

Non c'è nessuna strada, Sergio, come dici giustamente tu, e non vedo come se ne possa creare una. Mi ricordi Krishnamurti: la verità è una terra senza sentiero. La sinistra manca anche di terra.

Lorenz

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I FLUSSI ELETTORALI. Il travaso anche verso il Pdl
La Lega prende a tutti i partiti. Di Pietro raccoglie ovunque

Sinistra Arcobaleno
un voto su due al Pd

Statico il voto di Berlusconi e Fini che però portano a casa l'80% del voto del 2006
di SILVIO BUZZANCA

ROMA - La sinistra si è liquefatta nelle urne e più o meno metà dei suoi voti sono finiti nel carniere di Walter Veltroni e Antonio Di Pietro. E qualche cosa ha raccolto il Pdl di Silvio Berlusconi. I dati arrivano da una prima ricerca condotta da Consortium per Rai e Sky sui flussi elettorali. E i numeri non lasciano dubbi su dove sono finiti i voti che Bertinotti, Diliberto e Pecoraro Scanio avevano nel 2006. Il 40, 3 per cento dei voti di Rifondazione è passato al Pd. E il 6,3 per cento ha preso la via dell'Italia dei Valori. Il totale fa 46,9 per cento. Ancora più alto il dato che riguarda il Pdci. Il 48,1 per cento dei voti è finito a Veltroni e il 6,4 per cento a Di Pietro. Complessivamente si tratta del 55,5 per cento dei consensi dei comunisti italiani. Infine i Verdi. Al Pd è andato il 45,1 per cento e all'Idv l'11,3 per cento. La somma fa 56,4 per cento.

Secondo Piepoli, è rimasto fedele a Bertinotti il 38,4 degli elettori, a Diliberto il 20 per cento e a Pecoraro Scanio il 24,8 per cento. Ma ci sono voti migrati persino verso Berlusconi. Il 5,1 per cento dei rifondaroli, il 5,6 per cento dei comunisti e addirittura l'8 per cento dei verdi il 13 aprile ha scelto il Cavaliere. Infine, il tracollo è completato dal flusso di voti in uscita che si è diretto a sinistra. Marco Ferrando e il Partito comunista dei lavoratori hanno portato via solo lo 0,4 per cento a Rifondazione e l'1 per cento ai Verdi. Ma hanno "succhiato" l'11 per cento al partito di Diliberto. Sinistra Critica di Franco Turigliatto ha portato via il 5,4 per cento a Bertinotti, il 3,8 a Diliberto e il 2 per cento agli ambientalisti.

Questi i calcoli di Consortium dei voti in uscita dalla Sinistra Arcobaleno. Quelli sui voti in entrata gli fanno dire che siamo di fronte ad un Pdl "conservatore", un Pd "statico", un Di Pietro "raccattatore" e una Lega "vampira". E l'Udc, invece può essere definita "rimescolatrice". In concreto vuol dire che il 26 per cento dei voti di Di Pietro sono di elettori che lo avevano votato nel 2006. Il 36,3 per cento arriva invece da elettori che avevano votato l'Ulivo. Il 4,8 per cento aveva votato Forza Italia e il 3,5 per cento An. Un 6,4 per cento dichiara di avere votato nel 2006 Rifondazione e il 2,2 i Verdi. Insomma l'ex pm riceve contributi un po' da tutti.

Il Pd presenta invece un nucleo "forte" del 63,9 per cento che conferma la scelta fatta nel 2006. Il 6,6 per cento è composto da elettori in arrivo da Rifondazione, il 2,2 viene dal Pdci, l'1,5 dai Verdi. Di Pietro cede invece solo l'1,6 per cento. E l'1,7 viene da chi nel 2006 aveva scelto la Rosa nel Pugno. Come se gli elettori radicali avessero accolto in gran parte l'appello di Pannella a votare Pd.

Questo apporto radicale sarebbe dietro anche al grande rimescolamento al centro. Il partito di Casini, infatti, avrebbe incassato il 13,6 per cento di voti da ex elettori ulivisti. Rifugiatisi da Casini forse per paura del "laicismo " radicale. Ma i centristi hanno portato via voti anche a Forza Italia, il 15,5 per cento, e ad An, il 7,2 per cento. E per completare la rivoluzione dell'elettorato centrista bisogna sottolineare che solo il 34,4 per cento del voto Udc arriva da elettori centristi del 2006. Infine Casini si è portato a casa un 2,4 per cento di voti da elettori orfani di Mastella.

Grande movimento anche fra gli elettori leghisti. Le indagini dell'Istituto Cattaneo dicono che Forza Italia e An hanno perso circa 800 mila nel Nord. Un dato confermato dagli studi di Piepoli. Nel bottino di Bossi il 30,3 per cento arriva da elettori che nel 2006 aveva votato Berlusconi e Fini: il 18,9 da Forza Italia e l'11,4 da An. Dati, come gli altri, sottostimati di uno o due punti, perché il 5,5 per cento del campione non ha dichiarato per chi ha votato. A dimostrazione della mobilità del voto leghista c'è da notare che solo il 45,4 per cento de risultato di è una conferma del voto del 2006. E ne conto un 2,9 per cento arriva da elettori ulivisti del 2006. Alla mobilità leghista corrisponde la fedeltà, la staticità del voto del Pdl. Quasi l'80 per cento del voto del Pdl è una conferma del 2006. In percentuale il 62 per cento proviene da elettori che nel 2006 avevano scelto il Cavaliere. E il 17,1 dei finiani.

(17 aprile 2008)

(fonte: Repubblica.it )

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venerdì, 18 aprile 2008
E' IN EDICOLA IL NUOVO LIBRO DI MARCO ROVELLI

LAVORARE UCCIDE

 


In Italia accade troppo spesso. Un viaggio alla scoperta delle vite nascoste dietro le cosiddette "morti bianche".

Per sconfi ggere il silenzio e l’indifferenza che le circonda.

ABITUARCI A MORIRE.


Articolo 35: "La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni". Costituzione della Repubblica italiana

Negli ultimi anni le vittime per incidenti sul lavoro sono state più di quelle occidentali in Iraq. Peggio di una guerra. "Mor-ti bianche", senza voce, relegate a poche righe sui giornali, miseri loculi anagrafi ci. Per queste vittime del silenzio, della negligenza e della distrazione, Marco Rovelli intraprende un viaggio che tocca ogni angolo del Paese, in cui restituisce un volto e una dignità a chi è morto e una voce al dolore, alla rab-bia, all’impotenza di chi è rimasto.

Lavorare uccide e del profitto: dal appalti e subappalti, dalla crisi dei sindacati all’omertà dei colleghi, dalle norme di sicurezza ignorate a una giustizia che troppo spesso non viene fatta.

Attraverso storie, testimonianze e dati, un’inchiesta appassionata e atipica che ci aiuta a capire per quali barbari meccanismi la vita di un uomo vale solo pochi euro, e quanta strada resta ancora da fare per mettere fi ne a questa vergogna.

MARCO ROVELLI (Massa, 1969) si addentra nelle logiche più feroci della produzione. Già autore di  "Lager italiani" per la BUR. Musicista e autore di canzoni,  è redattore di Nazione Indiana (www.nazioneindiana.com). Il suo blog è alderano.splinder.com.

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lunedì, 24 marzo 2008
SEGNALAZIONE

Su nazione indiana un articolo su L'altra faccia di Israele, da me cofirmato.

Qui

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giovedì, 20 marzo 2008

Written by Paola Merlo e Paola Canarutto, Saturday, 15 March 2008

Al Presidente della Fiera del Libro di Torino, Rolando Picchioni

Al Direttore della Fiera del Libro di Torino, Ernesto Ferrero

Al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano

Al Sindaco di Torino, Sergio Chiamparino

Al Presidente della Provincia di Torino, Antonio Saitta

Alla Presidente della Regione Piemonte, Mercedes Bresso

Torino, 8 marzo 2008

Egregi Signori, Illustrissimo Presidente della Repubblica, Egregio Signor Sindaco, Egregio Presidente della Provincia, Egregia Presidente della Regione,


Israele è stato invitato, dietro propria richiesta, alla Fiera del libro di Torino per “celebrare il 60° anniversario della sua fondazione”. Noi proponiamo invece di creare un’occasione di dialogo invitando scrittrici e scrittori, artisti e persone di cultura palestinesi ed israeliane, al di fuori di ogni ufficialità politica e su base di assoluta pari dignità, alla Fiera del libro.

La fondazione di Israele, proclamata il 15 Maggio 1948, è avvenuta in seguito alla cacciata degli abitanti Palestinesi dalla terra su cui il nuovo Stato è sorto. Tale drammatico evento, il “Nakba”, è iniziato nel dicembre 1947, ed alla proclamazione dello Stato Ebraico erano già stati espulsi dalle loro case centinaia di migliaia di palestinesi; creato lo stato, una delle prime preoccupazioni fu di rendere loro impossibile il ritorno alle proprie case e ai propri campi, ed altre centinaia di migliaia di persone furono cacciate in seguito (vedere B. Morris, The Birth of the Palestinian Refugee Problem Revisited, Cambridge University Press, Cambridge, 2004; Ilan Pappé, The Ethnic Cleansing of Palestine, Oneworld Publications, Oxford, 2007). Non ci pare dunque opportuno celebrare questo anniversario con Israele ospite d’onore, tanto più che questa azione di “pulizia etnica” continua tuttora, dopo 60 anni. Chi fa presente questo è accusato di voler boicottare Israele, ma la realtà è che chi rifiuti di invitare come ospiti d'onore anche i rappresentanti della cultura palestinese, si rende complice di un altro boicottaggio, in corso da decenni: quello dei palestinesi. Occorrerebbe invece intraprendere azioni verso la pace, anziché appoggiare la parte più forte, con maggiore sostegno internazionale, più armata. Convinti della necessità della pace riteniamo indispensabile che Israele metta in atto passi concreti in questo senso, anziché odiose ed ingiuste sopraffazioni.

In Cisgiordania, prosegue la pulizia etnica, in particolare a danno degli abitanti della zona di Hebron. Il Muro esclude dai confini di Gerusalemme almeno 50.000 palestinesi ai quali finora Israele aveva concesso la carta di identità dei residenti. Muro e blocchi stradali impediscono la normale vita quotidiana ed ostacolano lo sviluppo economico, causando un'emigrazione forzata.

Dal 23 febbraio al 3 marzo, il feroce attacco israeliano a Gaza ha provocato 106 morti, almeno la metà dei quali erano civili. Un ministro israeliano ha minacciato, per la Striscia di Gaza, uno sterminio. A questo atto di guerra è seguito l'assalto ad una scuola rabbinica fondamentalista a Gerusalemme Ovest, che ha causato 8 morti israeliani. Questi sono i frutti dell'occupazione israeliana e del continuo violare la legge internazionale, che proibisce gli attacchi ai civili.

Gaza, oggi, continua ad essere sotto assedio; nemmeno ai malati è concesso di uscire, per essere curati. Jan McGirk scrive, sul periodico medico The Lancet, 2-8 febbraio 2008, della morte di un ventunenne affetto da seminoma: “Attraversare Erez, il valico con Israele, che è l'unico punto da cui si può uscire da Gaza, era un problema: i medici l'avevano giudicato troppo debole per affrontare l'interrogatorio al confine. A novembre, è deceduto per metastasi al fegato.

È stato riferito che negli ultimi sei mesi sono deceduti almeno altri 20 pazienti in condizioni critiche - ai posti di blocco, nei letti degli ospedali di Gaza, o a casa, in attesa del permesso di uscire.”

E prosegue, citando la dichiarazione di Margaret Chan, direttrice generale dell'OMS: “'Preoccupano particolarmente i frequenti tagli all'elettricità e la limitazione del carburante per far funzionare i generatori degli ospedali: ciò arresta il funzionamento delle unità di terapia intensiva, delle sale operatorie, dei reparti di pronto soccorso'”.

Si è accresciuta la malnutrizione. Riferisce ancora la giornalista di Lancet, che sono aumentati del 60% i bambini sottopeso fra i 9 e i 12 mesi di età; questo dal giugno del 2007, quando si è stretto ancora di più l'assedio. Il World Food Programme riferisce che, a Gaza, il 77,5% dei bambini fra i 9 e i 12 mesi sono anemici.

Ai pazienti della Striscia è stata anche ridotta la dialisi, indispensabile alla vita dei malati con insufficienza renale: Israele vieta l'ingresso dei pezzi di ricambio per le apparecchiature sanitarie.

Quando si ha a che fare con la fame e le malattie, trascuriamo facilmente la cultura. Ma a dicembre, Israele ha negato l'accesso a Gaza a un musicista palestinese, che suona nell'orchestra dell'israeliano Daniel Barenboim: così non c'è stato il concerto di musica barocca, programmato in una chiesa. A Gaza, a settembre, i bambini sono andati a scuola senza libri: Israele non permetteva che nella Striscia entrasse la carta. Tuttora, nelle scuole di Gaza mancano l'elettricità, il riscaldamento, i materiali didattici indispensabili.

Torino, che con la Città di Gaza è gemellata, su tutto questo tace.

Si dichiara che la Fiera ha carattere “esclusivamente culturale”. Noi sappiamo che non si può scindere la cultura dalla politica. Gli organizzatori della Fiera non solo accettano l'auto-invito di Israele, mentre questo imprigiona e assedia Gaza, ma pure rifiutano di dare eguale accoglienza alla cultura palestinese.

Anni fa, così aveva detto Sandro Pertini, in un messaggio di fine anno: “Ho visitato (...) i cimiteri di Chatila e Sabra. È una cosa che angoscia vedere questo cimitero dove sono sepolte le vittime di quel massacro orrendo. Il responsabile di quel massacro orrendo è ancora al governo in Israele.

E quasi va baldanzoso di quel massacro fatto. È un responsabile cui doverebbe essere dato il bando della società”.

Oggi nella Striscia di Gaza assediata solo il 18% di coloro che non vivono in un campo profughi sono certi di riuscire a procurarsi il pasto successivo, e, per mancanza di latte in polvere, si svezzano i lattanti con il the. Noi misuriamo dalle parole dell'allora Presidente della Repubblica l'enorme regresso della società italiana: i rappresentanti della Fiera del Libro si fregiano degli incontri con il ministro di uno stato che condanna alla fame i bambini, ed a morte certa i malati.

Altro ci saremmo aspettati, da una città di tradizione antifascista e da un Presidente della Repubblica che ha lottato per la democrazia.

Comitato di Solidarietà con il Popolo Palestinese – Torino

Barbara Agostini, Giorgio Canarutto, Paola Canarutto, Giorgio Forti, Miryam Marino, Carla Ortona, Susanna Sinigaglia, Ornella Terracini (Rete degli Ebrei contro l'Occupazione)

Fiamma Bianchi Bandinelli

Inviare l’adesione a p.merlo@greenbit.com

http://www.rete-eco.it/content/view/1223/4/

Io ho aderito.

Lorenz

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domenica, 16 marzo 2008
SEI UN POLIZIOTTO CHE TORTURA DEI MANIFESTANTI? PROMOSSO!

Bolzaneto: per i PM è 'tortura', ma in Italia non è reato

mercoledì, 12 marzo, 2008
Manifestazione del 'Comitato Verità e Giustizia per Genova'
Manifestazione del 'Comitato Verità e Giustizia per Genova'
"Trattamenti inumani, crudeli, degradanti. In una parola: torture". Con questa motivazione i Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati hanno chiesto condanne complessive a 76 anni 4 mesi e 20 giorni di reclusione per i 44 imputati nel processo per le violenze e i soprusi nella caserma della Polizia di Bolzaneto, durante il G8 del 2001 a Genova. "Vi è stata una volontà diretta - hanno spiegato i pm - a vessare le persone detenute, a lederle nei loro diritti fondamentali, proprio per quello che rappresentavano, in quanto appartenenti all'area no global". "I capi ed i vertici di quella caserma - hanno aggiunto - hanno permesso e consentito che in quei tristi giorni si verificasse una grave compromissione dei diritti delle persone, ancora più grave, perchè erano persone detenute".

Rifacendosi ai parametri indicati dalla Corte Europea dei Diritti umani, i magistrati hanno spiegato che "i trattamenti provati come inflitti a Bolzaneto sono stati inumani e degradanti". Torture fisiche e psicologiche che "si sono potute realizzare per il grave comportamento anche omissivo di pubblici ufficiali, o comunque con il loro consenso tacito o espresso". Ricorda la Procura: dita spezzate, pugni, calci, manganellate su persone inermi, bruciature con accendini e mozziconi di sigaretta, bastonate alle piante dei piedi; teste sbattute contro i muri, taglio dei capelli, i volti spinti nella tazza del water. Ma la Procura ha ricordato anche gli insulti, le umiliazioni. "Sono stati adottati tutti quei meccanismi che vengono definiti di 'dominio psicologico' al fine di abbattere la resistenza dei detenuti e di ridurne la dignità. Tutto ciò è potuto avvenire grazie a quel meccanismo fatto di omissioni, per cui i responsabili non vengono puniti e le vittime terrorizzate hanno paura di denunciare i maltrattamenti subiti. La parola chiave è stata: impunità".

"Storie rispetto alle quali gli imputati - persone in divisa, vale la pena ripeterlo - hanno risposto con tanti «non ricordo», «non so», «non ho visto» - sottolinea Massimo Calandri che da tempo segue per 'La Repubblica' il processo. Il pm Petruzziello - con il collega Vittorio Ranieri Miniati - ha ricordato come «nel sito penitenziario di Bolzaneto non sia stata posta in essere da alcun detenuto una condotta di reazione nei confronti dei custodi». Rifacendosi ai parametri indicati dalla Corte Europea dei Diritti dell´Uomo, il magistrato ha spiegato che «i trattamenti provati come inflitti a Bolzaneto sono stati inumani e degradanti».

La pena più pesante, 5 anni, 8 mesi e 5 giorni di reclusione, è stata chiesta per Antonio Biagio Gugliotta, ispettore della polizia penitenziaria, in servizio nella struttura di Bolzaneto nei giorni del G8 come responsabile della sicurezza. E' accusato di abuso d' ufficio e abuso di autorità contro detenuti. Pena di 3 anni e 6 mesi di reclusione invece è stata chiesta per Alessandro Perugini, ex numero due della Digos di Genova, il funzionario più alto in grado presente nella caserma, accusato di abuso d'ufficio e di abuso di autorità contro i detenuti. Nei confronti di Massimo Pigozzi, assistente capo della polizia di Stato, accusato di lesioni personali per l'episodio dello 'strappo' alla mano subita dal manifestante Giuseppe Azzolina, poi suturata senza anestesia, i pm hanno chiesto la pena di 3 anni e 11 mesi di reclusione. L'accusa ha chiesto inoltre pesanti condanne anche per i cinque medici presenti nell'area sanitaria, tra cui per il responsabile e coordinatore Giacomo Toccafondi, accusato di abuso di atti d'ufficio e di diversi episodi di percosse, ingiurie e violenza privata (3 anni, 6 mesi e 25 giorni di reclusione).

"La procura ha citato quei sette disegni di legge che solo per una questione di tempo non sono ancora stati trasformati in una norma del nostro codice: i colpevoli avrebbero altrimenti rischiato dai quattro ai dieci anni di reclusione" - riporta Calandri. In Italia, infatti, non esiste una norma penale per questi reati e il nostro Paese è inadempiente rispetto all’obbligo di adeguare il proprio ordinamento alla convenzione internazionale: per questo l’accusa è stata costretta a contestare agli imputati solo "l'abuso d’ufficio" che comunque sarà prescritto nel 2009.

"Il processo per i fatti di Bolzaneto sta mostrando che in Italia si è praticata la tortura in una caserma della Polizia, che tutti i responsabili diretti e indiretti resteranno impuniti grazie alla prescrizione in arrivo nel gennaio 2009, che le istituzioni sono state incapaci di affrontare la caduta dello stato di diritto, visto che manca tuttora una legge sulla tortura e che nessuno degli imputati, pur di fronte a fatti accertati sul piano storico, è stato sospeso dall'incarico. Alcuni imputati sono stati addirittura promossi. - commenta il 'Comitato Verità e Giustizia per Genova'. "I pm hanno detto stamani che quello su Bolzaneto è un 'processo per i diritti', ma se le istituzioni democratiche non interverranno, approvando al più presto una legge sulla tortura e imponendo alle forze di sicurezza pulizia interna e massima trasparenza, ricorderemo quello su Bolzaneto come il processo dei diritti negati" - conclude la nota del Comitato.

"Il processo per i fatti di Bolzaneto sta mettendo a nudo il lato oscuro della nostra democrazia, la sua incapacità di affrontare la caduta di legalità costituzionale avvenuta nel luglio 2001 - commenta Lorenzo Guadagnucci. "A Genova in tribunale si parla di tortura, ma il tema nemmeno è sfiorato nella campagna elettorale in corso".

Nelle prossime settimane il tribunale deciderà se accogliere le richieste, ma appare certa la prescrizione, che scatterà nel gennaio 2009. [GB]

Da www.unimondo.org

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sabato, 15 marzo 2008
ECCO COME AVVIENE LA SELEZIONE DEGLI SCRITTOTI ISRAELIANI CHE SARANNO PRESENTI ALLE FIERE DEL LIBRO DI PARIGI E TORINO

 

FRANCIA
13/3/2008   21.01

SALONE DEL LIBRO DI PARIGI: DURA DENUNCIA DELL’ ISRAELIANO CHE LO LANCIO'

   

É stato Benny Ziffer, un intellettuale israeliano il primo a proporre di boicottare il Salone del libro che si apre oggi a Parigi per protestare contro la decisione d'invitare Israele come ospite d'onore in occasione del 60° anniversario della sua fondazione. Ziffer non ama definirsi critico letterario perché i critici sono "troppo pomposi e si prendono sul serio"; tanto meno, benché sia autore di tre romanzi, vuole essere chiamato scrittore perché 'scrittore' in ebraico originariamente significava 'cronista del re' e lui non vuole essere "il servitore di nessun re e di nessuna potenza politica". Preferisce essere designato come il responsabile delle pagine letterarie del quotidiano israeliano 'Haaretz' o tutt'al più si presenta come il curatore di un blog molto popolare nel suo paese. È stato questo intellettuale atipico – "ma tutti gli scrittori sono inclassificabili" sostiene Ziffer – ad avere invitato gli scrittori israeliani a declinare l'invito all'appuntamento parigino. "Il nostro governo, la nostra ambasciata, che hanno fatto la selezione, hanno scelto solo scrittori di espressione ebraica escludendo, di fatto, due terzi della scena letteraria israeliana, dove si conta un'enorme comunità di espressione araba e russa " ha detto in un'intervista esclusiva al portale letterario su internet “nonfiction.fr”, spiegando la prima motivazione del suo appello al boicottaggio. "Il secondo – sottolinea - è che la scelta arbitraria degli scrittori fatta da burocrati dell'ambasciata ha escluso grandi figure come il nostro poeta nazionale Nathan Zach. Benché scriva in ebraico. Il terzo è che Israele considera gli scrittori suoi agenti di propaganda. Dal momento che paga il biglietto aereo, ritiene che lo scrittore vada là per servire la causa israeliana ed esige ufficialmente questa propaganda in un contratto che tutti gli scrittori devono firmare". E precisa che vale non solo per il Salone del libro di Parigi, ma anche per la Fiera internazionale del libro di Torino che si terrà dall'8 al 12 maggio e che pure avrà Israele come ospite d'onore. Come esempio cita il caso dello scrittore israeliano Yehoshua Kenaz che, benché scriva in ebraico e le sue opere siano state in gran parte tradotte in francese, non potrà recarsi in Francia proprio perché si è rifiutato di firmare il documento proposto dall'ambasciata. All’appello al boicottaggio di Ziffer hanno finora risposto solo due autori israeliani, Aaron Shabtai e Sami Michael, soltanto "la riprova che la lista è stata ben compilata dall'ambasciata” secondo Ziffer.

 

ED ECCO L'ORIGINALE:

Benny Ziffer : Il y a plusieurs problèmes. Le premier problème c’est que notre gouvernement, notre ambassade, qui ont fait la sélection, n’ont choisi que des écrivains d’expression hébraïque en excluant, de fait, deux tiers de la scène israélienne : or celle-ci compte une énorme communauté d’expression russe, ainsi qu’une communauté d’expression arabe. C’est donc très réducteur. Le deuxième problème, c’est le choix arbitraire des écrivains fait par des bureaucrates de l’ambassade qui ont exclu des grandes figures comme notre poète national Nathan Zach. Pourtant il écrit en hébreu ! Le troisième problème, c’est que l’État israélien considère que les écrivains sont des agents de propagande. À partir du moment où l’administration finance le billet d’avion, elle estime que l’écrivain est là pour servir la cause israélienne et elle exige officiellement ce propagandisme dans un contrat que tous les écrivains doivent signer. C’est ce qui s’est passé avec les Salons du Livre de Paris et de Turin. 
 
nonfiction.fr : Vous êtes sérieux ?

Benny Ziffer : Absolument. Le grand écrivain israélien Yehoshua Kenaz par exemple n’est pas invité en France parce qu’il a refusé de signer ce document ! Or, son œuvre est largement traduite en Français. Et il écrit en hébreu.

nonfiction.fr : Un Israélien ne peut pas écrire en yiddish ? en arabe ? en anglais ?

Benny Ziffer : Pas aux yeux de notre ambassade ! Et s’il n’écrit pas en hébreu, il n’a pas droit de cité au Salon du Livre. Il existe pourtant une littérature yiddish en Israël, bien qu’elle soit minoritaire. Il y a aussi une littérature d’expression anglaise et même en français !

nonfiction.fr : Vous-même étiez invité au Salon du Livre et vous avez refusé l'invitation ?

Benny Ziffer : Ils ne m’ont pas invité !

nonfiction.fr : C’est pour ça que vous avez appelé au boycott ?

Benny Ziffer : Oui, pour me venger ! Non, sérieusement, j’estime que c’est une question essentielle. Tout écrivain israélien devrait, au fond de sa conscience, boycotter le Salon du Livre de Paris.

nonfiction.fr : Quels sont les auteurs qui refuseront de participer ?

Benny Ziffer : Malheureusement, seuls un ou deux auteurs invités ont boycotté le salon du livre : Aaron Shabtaï et Sami Michael. Cela prouve que la liste a été bien faite par l’ambassade. Ceux qui ont été choisis ne risquaient pas de déserter ! On les a choisis pour cette raison même.

nonfiction.fr : Mais alors c’est un échec du boycott ?

Benny Ziffer : Le boycott a échoué pour l’instant, si on tient compte des écrivains "invités". Cela s’explique très facilement car les écrivains choisis sont conformistes et acceptent les règles de l’État. Beaucoup d’autres écrivains ou essayistes ont toutefois appelé au boycott, par exemple l’historien Ilan Pappe. Et cet appel au boycott suscite une vive polémique à Paris ou à Turin et dans le monde entier. Et de nombreux pays ont également appelé au boycott. De ce point de vue c’est un succès.

Si trova tutto qui:
http://www.nonfiction.fr/article-781-polemique_sur_la_presence_disrael_au_salon_du_livre_un_entretien_exclusif_avec_benny_ziffer.htm

Chi è che boicotta la cultura e la letteratura israeliane, i politici e i funzionari dello stato di Israele, e gli scrittori collaborazionisti, o chi si oppone al regime isrealiano e chiede di boicottare le occasioni di propaganda del regime?

Lorenz

Postato da: pistorius a 18:28 | link | commenti (13) |

giovedì, 13 marzo 2008
INTERVISTA A SHABTAI

DAL BLOG DI GEORGIA, CHE RINGRAZIO:  

"Silvia Cattori: Mentre nelle università britanniche è possibile rifiutarsi di invitare scrittori o scienziati israeliani, nell’Europa continentale la sinistra, di comune accordo, non aderisce mai alle richieste dei palestinesi di boicottaggio d’Israele. Perché?

Aharon Shabtai: Non capisco cosa significhi davvero il termine “sinistra”, dal momento che quelli che la guidano non tagliano ogni relazione con Israele. Io credo che un gran numero di persone tema, esponendosi, di sentirsi accusare di antisemitismo. Oggi il significato reale dell’Olocausto è completamente falsato. C’è una vera e propria industria dell’Olocausto di cui si è appropriata la propaganda israeliana. È ripugnante."

http://georgiamada.splinder.com/post/16327687

Parole sante.

Postato da: pistorius a 22:34 | link | commenti (1) |

lunedì, 10 marzo 2008
GRADISCE SHOAH? (Testo di Elettra Stamboulis - disegni Sergio Staino)

 

La dichiarazione di Olmert, che “Nessuno ha il diritto morale di fare la predica a Israele sul suo diritto all’autodifesa” esprime in maniera chiara e significativa quali danni può provocare, non solo nella vita individuale di ciascuno, ma anche nella politica, la mancata elaborazione del senso di colpa e la sindrome della vittima.

Il terribile, e sostanzialmente inspiegabile, destino di sei milioni di ebrei innocenti durante la Seconda Guerra Mondiale, nella sostanziale indifferenza del mondo intero, pesa sempre come un macigno nella politica israeliana e nella possibilità di dialogo e relazione con questo Paese. Non si possono muovere critiche al governo israeliano, non lo si può condannare quando usa l’esercito contro un popolo chiuso in una gabbia e ridotto allo stremo da un embargo che punisce tutta la popolazione per punire alcuni terroristi. Non si può condannare il governo israeliano, perché farlo significa non, come sarebbe ragionevole, mettere in discussione le scelte politiche di un governo, ma mettere in discussione “l’esistenza di Israele” (cosa che ormai non fa neppure l’ANP, e tanto meno gli Europei, che hanno creato Israele anche per lavarsi la coscienza).

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PS A conferma, dall'ADNKRONOS DI OGGI: ''Chi invita al boicottaggio non si oppone alla politica di Israele, ma alla sua stessa esistenza. Se dicono che Israele non deve essere ospite del Salone è perché semplicemente non vogliono che esista'', ha detto il romanziere Amos Oz. ''Scandalizzarsi per la celebrazione del sessantesimo anniversario della fondazione dello Stato d'Israele, significa che si sarebbe preferito che questo Paese non avesse mai visto la luce'', ha dichiarato lo scrittore Meir Shalev.

http://www.adnkronos.com/IGN/Cultura/?id=1.0.1965624563

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Criticare le azioni del governo israeliano (che non significa “il popolo israeliano”, una differenza che spesso si perde nella politica e nell’informazione) significa mettere in discussione “il suo diritto all’autodifesa”. Cosa che nessun diritto mette in discussione in nessun paese, o quasi…
Anche sul concetto di autodifesa c’è sempre un drammatico equivoco: anche in un reato privato, se l’autodifesa della presunta vittima eccede nella forza rispetto all’attacco essa da vittima passa a responsabile o corresponsabile. Così se si lanciano razzi Qassam da Gaza si risponde con i bombardamenti: l’azione e la reazione hanno misure e risultati diversi, anche nei numeri. E sì, è vero, ogni vita è unica ed ha un peso inestimabile: però nella valutazione degli operati delle singole entità (non posso dire stati, perché la Palestina è tuttora un essere che non ha la conformazione di uno Stato) i numeri e gli effetti dovrebbero avere un peso.
Se Israele ha diritto all’autodifesa, all’esistenza e al futuro, ci si chiede perché non debbano avere lo stesso diritto i palestinesi. La reazione da comprensivi maestri dei Paesi occidentali nei confronti del governo israeliano hanno portato il popolo palestinese ad una situazione tragica ed ingiusta. L’incapacità di elaborare, e quindi superare nella comprensione, il senso di colpa derivante dalla Shoah dei nostri governi, se non si risolverà porterà ad un ennesimo disastro, che non farà altro che rimpinguare la vasta cisterna inutile del senso di colpa dei coccodrilli.

Ravenna, 2 marzo 2008

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sabato, 08 marzo 2008
MONI OVADIA IERI A RAI 3 NEWS, DOPO MEZZANOTTE

Ascoltare Moni Ovadia ti fa tornare in pace con il mondo.

Ieri sera, intervistato dopo il suo spettacolo teatrale, ha detto parole sacrosante sulla questione israelo-palestinese.

Non l'ho registrato e non sto a cercare il testo in rete. Vi basti la mia parola, nel riassumere quanto ha detto - tenendo fede, evidentemente, più che al letterale, che non posso ricordare con precisione, allo spirito.

In Medio oriente le varie leadership si sono cristallizzate su posizioni che non permettono la pace. Questo vale anche per i palestinesi, in parte. Sbaglia Hamas a lanciare i razzi Qassam. Così non ottiene niente, oltre a ferire o uccidere civili israeliani. Ma gli sbagli dei palestinesi sono comprensibili. Cosa puoi aspettarti da persone cui è negato un futuro? Che vivono in prigioni all'aria aperta? Perché Gaza è una prigione a cielo aperto, e la Cisgiordania è una prigione ancora più grande, in cui ogni giorno si costruiscono strade per i soli coloni israeliani, a cui vengono date nuove abitazioni, sottraendo sempre più terra ai palestinesi. Fin quando ci sarà l'occupazione militare, fin quando si continueranno a costruire colonie e strade per i soli coloni, la nazione palestinese non potrà essere vera nazione, perché non avrà mai uno stato. E da una nazione senza stato, senza terra, senza futuro, cui rimane solo la disperazione, cosa possiamo aspettarci di tanto diverso da quel che fanno?

Io non sono stupito da quel che fa la leadership di Hamas o il popolo palestinese. Sono stupito dalla cecità della leadership israeliana verso quanto sta accadendo ai palestinesi con l'occupazione militare, ormai quarantennale. E sono stupito che Israele non riesca a trovare altra risposta alla situazione se non quella di continuare l'occupazione e la costruzione di strade e colonie, servendosi della repressione militare per rispondere a ogni atto violento e disperato di ribellione dei palestinesi.

Moni Ovadia (resoconto mio)

Grazie, Moni.

Lorenz  

Postato da: pistorius a 16:16 | link | commenti (1) |

 

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"Giovanotto, anche lei possiede misteri. So che deve fare certi sogni dei quali tace. Non che io voglia conoscerli, ma le dirò: li viva, quei sogni, li giuochi ed eriga loro un altare! Non è ancora la perfezione, ma è una via. Non so se un giorno lei e io e qualcun altro rinnoveremo il mondo, ma si vedrà. Dentro di noi però lo dobbiamo rinnovare ogni giorno, altrimenti non contiamo niente. Ci pensi!" esclamò forte Pistorius. "Prima ti ignorano. Poi ti deridono. Poi ti combattono. Poi vinci." M. K. Gandhi "I care. Mi importa, mi sta a cuore. Perché ognuno è responsabile di tutto." Lorenz

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